
Pier Paolo Gobbi
Il maestro degli aquiloni
Conoscere e comprendere i bambini
per aiutarli a crescere
Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2009, pp. 249, € 17
info@cs-evolution.com
DI CHE COSA TRATTA – Il libro tratta di “aquiloni”. E’ l’autore stesso a spiegare: “Racconto spesso ai bambini con i quali lavoro la storia di un aquilone che faticava a prendere il vento… Poi gli diamo forma con i materiali, gli diamo vita e insieme la storia prosegue sempre in modo diverso, originale e unico, così come è la storia e la crescita di ogni bambino… E sempre penso e credo che un ‘giorno farai volare aquiloni tuoi, non perfetti, ma in grado di prendere vento”. In questa simbologia sta la storia di ogni bambino che affronta la sua crescita, per diventare maestro della propria vita, per far volare il proprio aquilone. L’adulto, il genitore, l’educatore ha da stare accanto al bambino, aiutarlo a crescere, ad avere fiducia nelle proprie capacità, a sorreggerlo in momenti di vento contrario, badando a far volare il proprio aquilone in cieli dove i valori e il senso della vita sono venti che lievitano e fanno crescere.
Il libro si snoda di pagina in pagina, in modo accattivante, in dieci capitoli che affrontano aspetti differenti delle problematiche di crescita dei bambini. Da un interrogativo fondamentale “chi è un bambino” come dono per l’umanità, ai suoi bisogni reali, dall’analisi delle figure di riferimento per la crescita (per esempio, la figura del padre, quale “colonna vertebrale” per la crescita), alle esperienze della comunicazione e della problematica corporea. Il lavoro corporeo e l’esperienza psicomotoria con i bambini lo portano a riscoprire il valore del movimento, del gioco, delle differenti attività che permettono di costruire l’aquilone e di orientarlo verso correnti favorevoli.
L’autore nel Prologo afferma che “quello che queste pagine vorrebbero testimoniare, con modestia e passione, è anche il contributo che la psicomotricità può offrire insieme alle altre discipline umanistiche, per la vita e il benessere dei nostri bambini, quando stanno bene e quando manifestano un disagio, piccolo o grande”. Alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber: “Non educate i bambini / ma coltivate voi stessi, il cuore e la mente, / stategli sempre vicino, / date fiducia all’amore / il resto è niente”, sono il filo conduttore di questo percorso, che accompagna gli adulti alla scoperta del proprio figlio.
PERCHE’ LO CONSIGLIO – E’ un libro scritto con la mente e con il cuore, con spontaneità e riflessione, in cui esperienza e conoscenza scientifica, si intersecano tra loro. Il linguaggio semplice esprime contenuti profondi, facilita la riflessione personale del lettore coinvolgendolo profondamente nei processi descritti, relazionali ed affettivi. La professione che svolge – lo psicomotricista - emerge nella sua complessità, ma nel contempo, per la chiarezza esemplificativa, è facile comprenderne i fondamenti scientifici.
Il maestro degli aquiloni non è solo per i genitori e gli educatori, ma anche per i professionisti che operano con i bambini a livello preventivo, educativo e terapeutico, con un’impostazione a mediazione corporea.
QUALCHE PASSO –
“I bambino sono “domande” che camminano, corrono, saltano, cadono, giocano, piangono, ridono...
Sono domande di cibo, amore, cura, ascolto, parole, silenzio, tempo, spazio, avventura, sicurezza, bellezza, conoscenza, movimento, gioco…
I nostri bambini, con la loro fragilità, ci mostrano che la vita di ognuno è accettare di essere “fatti” dagli altri.
Quanta cura mettiamo a “farli”, a crescerli ed educarli, “mettendoli al mondo”, di nuovo, ogni giorno!
Ma anche loro ci “fanno” e non solo perché spesso ci “fregano” con la loro vivacità e furbizia! Ci “fanno” perchè con la loro presenza e sorpresa quotidiana, ci donano di approfondire il nostro essere padri, madri, insegnanti, educatori…Chi siamo, cosa speriamo, a cosa educhiamo, quali valori viviamo e vogliamo trasmettere?
I bambini ci danno da “fare”ogni momento. Lo sappiamo bene! Ma allo stesso tempo ci donano di “essere” e viene il giorno che comprendiamo che si educa più con “quello che si è” che con “quello che si fa”.
“Torna bambino: chiedi ancora”, ci dice lo scrittore C.S.Lewis.
Così, se leggerete queste pagine, troverete che parlare dei bambini è anche parlare di noi, farci domande.
Questo libro parla dei bambini, della loro crescita, del corpo, del movimento, del gioco, del disegno, della parola, della relazione tra corpo, movimento e apprendimento, di quando i bambini esprimono un disagio: sono aspetti reali, concreti, del fare e dell’essere dei bambini.
Parla anche della relazione educativa, tra noi e loro.
“Il maestro degli aquiloni” racconta di un aquilone, del vento e di un maestro. Insieme scopriremo il senso del titolo, tra le pagine del libro”. (pp. 17-18)
“Siamo preoccupati perché non sta mai fermo, a casa ne combina di tutti i colori, a scuola è distratto, gironzola per l’aula e le maestre non sono contente. Ha iniziato a rimanere indietro con l’apprendimento.
Con gli altri bambini fatica relazionarsi, si comporta aggressivamente o si isola, nel gioco non accetta di perdere e continua a voler cambiare attività. E’ ostinato, ribelle, si arrabbia da niente, con scatti nervosi. Gli abbiamo fatto fare nuoto ma si è stufato, ora va a judo”.
Ascolto i genitori di Davide, un bambino di otto anni.
E’ quasi sempre così: fino a cinque sei anni i bambini sono considerati dei piccoli abitanti del magico mondo del gioco e della fantasia.
A volte ci si accorge che qualcosa non va, nella loro crescita, ma si e spesso: “crescerà, è piccolo!”.
L’incantesimo si rompe quando inizia la scuola e, se l’apprendimento comincia a non andare bene, crescono l’ansia e la preoccupazione e a volte si cerca aiuto.
Faccio lo psicomotricista, lavoro con i bambini e i preadolescenti, valorizzando il corpo e il movimento come espressione dell’identità di ognuno e della relazione con gli altri, come aiuto per superare le difficoltà della crescita e acquisire una migliore armonia e benessere.
Ma cosa c’entra il rendimento scolastico con il corpo e il movimento?
Perché un bambino che a scuola fa fatica, oggi è venuto da me?
Vedo Davide che si muove nervosamente su e giù per il corridoio della sala d’accoglienza, sotto lo sguardo dei genitori. Indossa una tuta rossa, larga intorno al corpo, sembra che un vento dentro di lui la muova incessantemente.
Un’immagine prende forma nel mio sguardo: un bambino, come un aquilone rosso.
Davide è un bambino biondo, magrolino, il viso è teso. Arriva su consiglio di una maestra, preoccupata per le difficoltà scolastiche. Anche i genitori sono preoccupati e desiderosi di aiutare il loro bambino a stare meglio.
Mentre lo attendevo ho letto la sua scheda personale: ha otto anni, è originario della Russia, è stato adottato all’età di un anno, alla scuola dell’infanzia era molto “vivace” e ora che fa la terza elementare ha difficoltà scolastiche e relazionali. Non vado oltre nella lettura: desidero mantenere uno sguardo il più possibile “libero” e personale per incontrarlo e lasciare che sia lui a parlare di sé.
Davide cammina attaccato alla mamma, silenzioso, sembra un “aquilone” riposto nella scatola. Lo sguardo è abbassato.
Entrati nella stanza faccio cenno ai genitori di sedersi sulle sedie che ho preparato e invito Davide a giocare come desidera. Rimane in piedi vicino alla mamma, sguardo verso terra, avverto la tensione nelle sua spalle. I genitori mi raccontano un po’ la sua storia. Chiedo loro alcune cose sui primi anni di vita e poi comunico a Davide che rimarremo da soli. Fa cenno di sì con la testa e dopo poco siamo soli dentro la stanza.
Mi muovo nella stanza e invito Davide ad esplorarla con me.
E’ un attimo e l’immagine che mi si stava formando di lui va in mille pezzi! Sembra trasformato e inizia a correre verso la zona del tappeto grande, lo fa saltare verso l’alto; tira fuori tutti i palloni dalla cesta e li lancia nella stanza, rovescia i birilli, le scatola dei soldati e degli animali…in poco tempo la stanza è a soqquadro!
Tutta la tensione accumulata si scarica nella foga del movimento.
Sembra che sia passato un tornado!
C’è un attimo di tregua e ora si dondola sul pallone grande. Mi dondolo anche io sull’altro pallone. Lo sento che parla tra sé.
Ora va a giocare a pallacanestro, smette e prende la scatola del treno, si siede per terra iniziando a costruirlo. Dopo poco si alza e mi dice che gli scappa la pipì e ha sete.
Gli dico che è quasi ora di salutarsi e tra pochissimo potrà andare al bagno e bere e che ora farò entrare i suoi genitori. (pp. 30-31).
“Se immaginiamo che l’avventura del pensiero e della conoscenza siano in un bambino come un albero che cresce, esso ha le sue radici nella terra del corpo come emozione e relazione.
Abbiamo visto che il bambino alla nascita è tutto corpo e si esprime con il tono e il movimento e le esperienze dei primi anni sono il terreno fertile dal quale anche il pensiero potrà crescere e fiorire in tutta la sua bellezza.
Scrive Tolkien, l’autore de “Il Signore degli Anelli”, che “ le radici profonde non gelano mai”.
E’proprio così: l’ascolto empatico del bambino, la soddisfazione dei suoi bisogni fondamentali, l’esperienza graduale della frustrazione, la capacità di danzare con lui i passi di una relazione d’amore ricca di emozioni, gesti e parole, tra dipendenza e autonomia, tra vicinanza e distanza, favoriscono nel bambino una serena vita emozionale e relazionale, un armonico sviluppo psicomotorio.
Gli consentono anche di approdare al tempo opportuno alla “gioia di studiare”: leggere, scrivere, apprendere, scoprire quanto l’intelligenza e la creatività dell’uomo hanno saputo pensare e creare.
Così ogni bambino, secondo le sue capacità originali, giunge a partecipare con desiderio e piacere alla straordinaria avventura dell’apprendimento e della conoscenza e partecipa dell’opera più straordinaria dell’uomo: la cultura.
Se il terreno della crescita è invece povero di esperienze corporee significative, per le più varie ragioni, e lo sviluppo psicomotorio è disarmonico, anche l’albero del pensiero facilmente crescerà limitato, povero, fragile, rinunciando ad ampi orizzonti, chiudendosi in se stesso oppure crescendo a dismisura ma perdendo il contatto con la realtà e gli altri. La testa è staccata dal corpo, sono come due amici che non comunicano tra di loro! Come avviene al nostro amico millepiedi, che un giorno “si fermò, ci pensò a lungo e non riuscì più a muoversi”.
Quando i bambini a scuola mostrano disagio, spesso la scuola e la famiglia si soffermano sul sintomo: scrive male, legge male, non comprende le lezioni, disturba, è disattento, non ha voglia, ecc.
Ogni bambino è una storia a sé e va osservato e valutato con attenzione e rispetto da chi ne è competente, approfondendo la conoscenza del periodo di vita che sta vivendo, della sua storia precedente, del contesto familiare e relazionale nel quale vive. Va valutato lo sviluppo psicomotorio in tutti i suoi aspetti, da quelli organici e fisiologici a quelli cognitivi ed affettivi.
Ma spesso alla base di un disturbo dell’apprendimento vi è proprio una disarmonia psicomotoria.
La psicomotricità allora è una strada di aiuto, non la sola, non la risposta magica per tutto.
Può aiutare un bambino nelle sue difficoltà di apprendimento, quando esse siano il luogo in cui si manifesta un disagio psicoaffettivo e relazionale, cioè dove c’è qualcosa che interferisce tra le potenzialità e le realizzazioni. E’proprio questo scarto tra le competenze reali e quelle potenziali del bambino, lo spazio di intervento della psicomotricità.
A volte con i bambini occorre tornare indietro nel tempo, lasciare per un poco da parte le competenze cognitive e ricominciare dal corpo emozionale, per rifare la strada verso una parola “agita” dal corpo, che sia davvero comunicazione e giunga poi armoniosamente al pensiero e alla parola. E’ come quando si vede che un fiore fatica a crescere: non lo si tira dalla testa ma si cerca di migliorare il terreno!!
Il corpo è troppo importante nella relazione educativa e di apprendimento! Se educare è etimologicamente e-ducere, cioè condurre fuori, essa è azione che guida e sostiene la persona a prendere coscienza di sé e ad aprirsi verso la realtà. Solo una domanda, ormai vi sarete abituati!
Come si potrà educare ed insegnare senza competenze teoriche, pratiche e vissute del corpo proprio e altrui?” (Pp. 234-236).











