martedì 24 febbraio 2009

PSICOLOGIA - SAGGISTICA


Pier Paolo Gobbi

 

Il maestro degli aquiloni

 

Conoscere e comprendere i bambini

per aiutarli a crescere

 

Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2009, pp. 249, € 17

http://www.cs-evolution.com

info@cs-evolution.com

 

 

L’AUTORE – Pier Paolo Gobbi – Veronese, ha studiato psicologia e scienze politiche; si è specializzato in psicomotricità; ha due figli (Elia e Rebecca) ed è di professione psicomotricista. E’ membro dell’Equipe educazione del Centro Studi Evolution. Progetta e svolge percorsi di educazione e di prevenzione psicomotoria nelle Scuole. Realizza interventi di aiuto psicomotorio individuali e in gruppo rivolti ai bambini, valorizzando le esperienze corporee e le relazioni che si sviluppano come forze dinamiche per il cambiamento e il raggiungimento di una migliore armonia e benessere.

 

DI CHE COSA TRATTA – Il libro tratta di “aquiloni”. E’ l’autore stesso a spiegare: “Racconto spesso ai bambini con i quali lavoro la storia di un aquilone che faticava a prendere il vento… Poi gli diamo forma con i materiali, gli diamo vita e insieme la storia prosegue sempre in modo diverso, originale e unico, così come è la storia e la crescita di ogni bambino… E sempre penso e credo che un ‘giorno farai volare aquiloni tuoi, non perfetti, ma in grado di prendere vento”. In questa simbologia sta la storia di ogni bambino che affronta la sua crescita, per diventare maestro della propria vita, per far volare il proprio aquilone. L’adulto, il genitore, l’educatore ha da stare accanto al bambino, aiutarlo a crescere, ad avere fiducia nelle proprie capacità, a sorreggerlo in momenti di vento contrario, badando a far volare il proprio aquilone in cieli dove i valori e il senso della vita sono venti che lievitano e fanno crescere.

Il libro si snoda di pagina in pagina, in modo accattivante, in dieci capitoli che affrontano aspetti differenti delle problematiche di crescita dei bambini. Da un interrogativo fondamentale “chi è un bambino” come dono per l’umanità, ai suoi bisogni reali, dall’analisi delle figure di riferimento per la crescita (per esempio, la figura del padre, quale “colonna vertebrale” per la crescita), alle esperienze della comunicazione e della problematica corporea. Il lavoro corporeo e l’esperienza psicomotoria con i bambini lo portano a riscoprire il valore del movimento, del gioco, delle differenti attività che permettono di costruire l’aquilone e di orientarlo verso correnti favorevoli.

L’autore nel Prologo afferma che “quello che queste pagine vorrebbero testimoniare, con modestia e passione, è anche il contributo che la psicomotricità può offrire insieme alle altre discipline umanistiche, per la vita e il benessere dei nostri bambini, quando stanno bene e quando manifestano un disagio, piccolo o grande”. Alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber: “Non educate i bambini / ma coltivate voi stessi, il cuore e la mente, / stategli sempre vicino, / date fiducia all’amore / il resto è niente”, sono il filo conduttore  di questo percorso, che accompagna gli adulti alla scoperta del proprio figlio.

 

PERCHE’ LO CONSIGLIO – E’ un libro scritto con la mente e con il cuore, con spontaneità e riflessione, in cui esperienza e conoscenza scientifica, si intersecano tra loro. Il linguaggio semplice esprime contenuti profondi, facilita la riflessione personale del lettore coinvolgendolo profondamente nei processi descritti, relazionali ed affettivi.  La professione che svolge – lo psicomotricista - emerge nella sua complessità, ma nel contempo, per la chiarezza esemplificativa, è facile comprenderne i fondamenti scientifici.

Il maestro degli aquiloni non è solo per i genitori e gli educatori, ma anche per i professionisti che operano con i bambini a livello preventivo, educativo e terapeutico, con un’impostazione a mediazione corporea.

 

QUALCHE PASSO –

 

“I bambino sono “domande” che camminano, corrono, saltano, ca­do­no, gio­ca­no, pian­­go­no, ri­dono...

Sono domande di cibo, amore, cura, ascolto, parole, silen­zio, tempo, spa­­­zio, avventura, sicurezza, bellezza, conoscenza, movimento, gioco…

I nostri bambini, con la loro fragilità, ci mostrano che la vita di o­gnu­­no è ac­cettare di es­sere “fatti” dagli altri.

Quanta cura mettiamo a “farli”, a crescerli ed educarli, “mettendoli al mon­do”, di nuovo, ogni giorno!

Ma anche loro ci “fanno” e non solo perché spes­so ci “fregano” con la lo­­ro vivacità e furbizia! Ci “fanno” perchè con la loro presenza e sor­pre­­sa quotidiana, ci do­nano di approfondire il nostro es­sere padri, ma­dri, inse­gnan­ti, educatori…Chi siamo, cosa speriamo, a cosa educhia­mo, quali valori viviamo e vogliamo tra­smettere?

I bambini ci danno da “fare”ogni momento. Lo sappiamo bene! Ma allo stesso tempo ci donano di “essere” e viene il giorno che com­­pren­diamo che si educa più con “quello che si è” che con “quello che si fa”.

“Torna bambino: chiedi ancora”, ci dice lo scrittore C.S.Lewis.

Così, se leggerete queste pagine, troverete che parlare dei bambini è an­che parlare di noi, farci domande.

Questo libro parla dei bambini, della loro crescita, del corpo, del movimento, del gioco, del dise­gno, della parola, della relazione tra cor­po, movimento e ap­pren­di­mento, di quando i bambini esprimono un disagio: sono aspetti reali, concreti, del fare e dell’essere dei bambini.

Parla anche della  relazione educativa, tra noi e loro.

“Il maestro degli aquiloni” racconta di un aquilone, del vento e di un mae­stro. Insieme scopriremo il senso del titolo, tra le pagine del li­bro”. (pp. 17-18)

 

 

“Sia­mo preoccupati perché non sta mai fermo, a casa ne combina di tutti i colori, a scuola è distratto, gironzola per l’aula e le maestre non sono contente. Ha iniziato a rimanere indietro con l’apprendimento.

Con gli altri bam­bini fatica relazionarsi, si comporta ag­gres­siva­mente o si isola, nel gioco non accetta di perdere e continua a vo­ler cam­biare  attività. E’ ostinato, ribelle, si arrabbia da niente, con scat­ti ner­vosi. Gli abbiamo fatto fare nuoto ma si è stufato, ora va a ju­do”.

Ascolto i genitori di Davide, un bambino di otto anni.

E’ quasi sempre così: fino a cinque sei anni i bambini sono con­siderati dei piccoli abitanti del magico mondo del gioco e della fantasia. 

A volte ci si accorge che qualcosa non va, nella loro crescita, ma si e spesso: “cre­sce­rà, è piccolo!”. 

L’incantesimo si rompe quando inizia la scuola e, se l’ap­pren­di­men­to co­min­cia a non andare bene, crescono l’ansia e la preoc­cu­pa­zione e a volte si cerca aiuto.

 Faccio lo psicomotricista, lavoro con i bambini e i preadolescenti, valo­­rizzando il cor­po e il movimento come espres­sione dell’identità di ognuno e del­­­la relazione con gli altri, come aiuto per superare le dif­ficol­tà della crescita e ac­qui­sire una migliore a­r­mo­nia e benessere.

Ma cosa c’entra il rendimento scolastico con il corpo e il movi­mento?

Perché un bambino che a scuola fa  fa­tica, oggi è venuto da me?

Vedo Davide che si muove nervosamente su e giù per il corridoio della sala d’ac­coglienza, sotto lo sguardo dei genitori. Indos­­sa una tuta rossa, larga in­tor­no al corpo, sembra che  un vento dentro di lui la muo­va inces­san­temente.

Un’immagine prende forma nel mio sguardo: un bambino, come un aquilone rosso.

Davide è un bambino biondo, magrolino, il viso è teso. Arriva su consiglio di una mae­­­­­­­stra, preoc­cupata per le diffi­colt­à sco­la­stiche. An­che i ge­nitori sono preoc­cupati e desiderosi di aiutare il loro bambino a stare meglio.

Mentre lo attendevo ho letto la sua scheda personale: ha otto anni, è ori­gina­rio della Russia, è stato adottato all’età di un anno, alla scuola del­l’infanzia era molto “vivace” e ora che fa la terza elementare ha diffi­coltà scolastiche e relazionali. Non vado oltre nella lettura: desidero mante­ne­re uno sguar­do il più possibile “libero” e personale per incon­trarlo e lasciare che sia lui a parlare di sé.

 Davide cammina attaccato alla mamma, silenzioso, sembra un “a­quilone” riposto nella scatola. Lo sguardo è abbassato.

Entrati nella stanza faccio cenno ai genitori di sedersi sulle sedie che ho preparato e invito Davide a giocare come desidera. Rimane in piedi vicino alla mamma, sguar­do verso terra, avverto la tensione nelle sua spalle. I genitori mi raccontano un po’ la sua storia. Chiedo loro alcune cose sui primi anni di vita e poi comunico a Da­vide che rimarremo da soli. Fa cenno di sì con la testa e dopo poco siamo soli dentro la stanza.

Mi muovo nella stanza e invito Davide ad esplorarla con me.

E’ un attimo e l’immagine che mi si stava formando di lui va in mille pezzi! Sembra tra­sformato e inizia a correre verso la zona del tap­peto grande, lo fa saltare verso l’alto; ti­ra fuo­ri tutti i palloni dalla cesta e li lancia nella stanza, rovescia i birilli, le scatola dei soldati e degli anima­li…in poco tempo la stanza è a soq­quadro!

Tutta la tensione accumulata si scarica nella foga del movimento.

Sem­bra che sia passato un tornado!

C’è un attimo di tregua e ora si dondola sul pallone grande. Mi dondolo an­che io sull’altro pallone. Lo sento che parla tra sé.

Ora va a giocare a pallacane­stro, smette e prende la scatola del treno, si siede per terra iniziando a costruirlo. Dopo poco si alza e mi dice che gli scap­pa la pipì e ha sete.

Gli dico che è quasi ora di salutarsi e tra pochissimo potrà andare al bagno e be­re e che ora farò entrare i suoi genitori. (pp. 30-31).

 

“Se immaginiamo che l’avventura del pensiero e della conoscenza siano in un bambino come un albero che cresce, esso ha le sue ra­dici nella terra del  corpo come emozione e relazione.

Abbiamo visto che il bambino alla nascita è tutto corpo e si esprime con il tono e il mo­vimento e le esperienze dei primi anni sono il ter­reno fertile dal quale anche il pensiero potrà crescere e fiorire in tutta la sua bel­lezza.

Scrive Tolkien, l’autore de “Il Signore degli  Anelli”, che “ le radici profonde non gelano mai”.

E’proprio così: l’ascolto empatico del bam­bino, la soddisfazione dei suoi bisogni fondamentali, l’esperienza graduale della frustrazione, la capacità di dan­­zare con lui i passi di una relazione d’amore ricca di emozioni, ge­sti e parole, tra dipen­denza e autonomia, tra vicinanza e distanza, favoriscono nel bam­bino una serena vita emozionale e re­la­zionale, un armonico sviluppo psicomotorio.

Gli consentono anche di approdare al tempo opportuno alla “gioia di studiare”: leggere, scrivere, ap­prendere, scoprire quanto l’in­telligenza e la creatività dell’uomo hanno saputo pensare e creare.

Così ogni bambino, secondo le sue capacità originali, giunge a parte­cipare con desiderio e piacere alla straordinaria avventura del­l’ap­pren­dimento e della conoscenza e partecipa dell’opera più straordinaria del­l’uomo: la cultura.

Se il terreno della crescita è invece povero di es­perienze corporee signi­ficative, per le più varie ragioni, e lo sviluppo psicomotorio è disar­monico, anche l’albero del pens­iero facilmente cre­scerà li­mitato, povero, fragile, rinunciando ad ampi orizzonti, chiu­dendosi in se stesso oppure crescendo a dismisura ma per­dendo il con­tatto con la realtà e gli altri. La testa è staccata dal corpo, sono come due amici che non comunicano tra di loro! Come avviene al nostro amico millepiedi, che un giorno “si fermò, ci pensò a lungo e non riuscì più  a muoversi”.

    

Quando i bambini a scuola mostrano disagio, spesso la scuola e la fa­mi­­glia si soffermano sul sintomo: scrive male, legge male, non com­prende le lezioni, disturba, è disattento, non ha voglia, ecc. 

Ogni bambino è una storia a sé e va osservato e valutato con atten­zione e rispetto da chi ne è competente, approfondendo la conoscenza del periodo di vita che sta vivendo, della sua storia precedente, del contesto familiare e rela­zionale nel quale vive. Va valutato lo sviluppo psicomotorio in tutti i suoi aspetti, da quelli organici e fisiologici a quelli cognitivi ed af­fettivi.

Ma spesso alla base di un disturbo dell’apprendimento vi è proprio una disarmonia psicomotoria.

La psicomotricità allora è una strada di aiuto, non la sola, non la risposta ma­gica per tutto.

Può aiutare un bambino nelle sue difficoltà di ap­prendimento, quan­do esse siano il luogo in cui si manifesta un disagio psi­coaffettivo e rela­zionale, cioè dove c’è qualcosa che inter­ferisce tra le potenzialità e le realiz­zazioni. E’proprio questo scarto tra le com­petenze reali e quelle po­tenziali del bambino, lo spazio di intervento della psico­motricità.

     A volte con i bambini occorre tornare indietro nel tempo, lasciare per un poco da parte le com­petenze cognitive e ri­cominciare dal corpo emozionale, per rifare la strada verso una parola “agita” dal corpo, che sia davvero comunicazione e giunga poi armoniosamente al pensiero e alla parola. E’ come quando si vede che un fiore fatica a crescere: non lo si tira dalla testa ma si cerca di mi­gliorare il terreno!!

 

Il corpo è troppo importante nella relazione educativa e di appren­di­men­to! Se educare è etimologicamente e-ducere, cioè condurre fuori, essa è azione che guida e sostiene la persona a prendere coscienza di sé e ad aprirsi verso la realtà. Solo una domanda, ormai vi sarete abituati!

Come si potrà educare ed insegnare senza competenze teoriche, pra­tiche e vissute del corpo proprio e altrui?” (Pp. 234-236).

 

 

domenica 16 novembre 2008

PSICOLOGIA - SAGGISTICA



GIAN CARLO GOBBI

VINCERE L’ANSIA
Il metodo “Il flauto di Pan”

Ed. Centro Studi Evolution, Verona 2008, p. 163 € 15


L’AUTORE


Gian Carlo Gobbi, psicologo e psicoterapeuta, è nato a Verona nel 1974, dove vive e lavora. E’ sposato e padre di due bambini: Gioele e Gionata. Collabora da anni con lo studio Kairòs e con il Centro Studi Evolution, nella psicoterapia, nella consulenza individuale e nella conduzione di corsi e seminari. Opera anche nel settore dell’orientamento scolastico e professionale. Ha pubblicato L’età della crisalide: l’adolescenza come fase della vita, in AA.VV. Adolescenza: l’età della crisalide, ed. C. Evolution, Verona 2007, Tutti a tavola! Il significato relazionale del cibo, in La cultura di una corretta alimentazione inizia da piccoli, Trento 2007) e Vincere l’ansia. Il metodo “Il flauto di pan”, C. Evolution, Verona 2008, che viene presentato.

Di che cosa tratta


Come porsi davanti all'ansia? Quante ansie possono sconvolgere il nostro equilibrio psichico? L'ansia ha una funzione solo negativa? Qual è il significato più profondo di questo sintomo in rapida crescita soprattutto nei paesi industrializzati? Esistono delle concrete strategie per poterla affrontare?Il libro parla dell’ansia in modo semplice, chiaro, divertente e intelligente. Nella presentazione P. Lombardo afferma: “Sono certo che tutti coloro che avranno la fortuna di entrare in possesso di questo illuminante e appassionato lavoro di Gian Carlo Gobbi, apriranno nuove finestre di consapevolezza da cui osservare in modo diverso il problema della propria e altrui ansia”.

Di che cosa parla


L'ansia può essere un'amica che viene a trovarci per invitarci alla danza dell'ascolto dei nostri bisogni più profondi e per generare la cultura del rinnovamento interiore verso uno stato di maggiore benessere psicofisico. Un libro scritto in modo chiaro, profondo e con un pizzico di sano umorismo che rende la lettura semplice e coinvolgente al tempo stesso.

Perché lo consiglio


La lettura del libro è scorrevole e piacevole, il contenuto profondo, i consigli pratici e concreti. Non occorre essere uno specialista. A mano a mano che si procede nelle pagine, si apprende che con l’ansia occorre non solo conviverci, ma che si possono attivare una serie di modalità comportamentali e cognitive che facilitano la capacità di controllo. Il libro si articola in tre capitoli: il primo affronta l’ansia nella sua realtà quotidiana e nelle varie fasi della vita; il secondo i vari tipi d’ansia e le prospettive terapeutiche, il terzo capitolo tratta del metodo “il Flauto di Pan”, che si presenta come un viaggio che accompagna il lettore nel suo percorso per vincere l’ansia.

Qualche passo


Quando compare l’ansia – “Ogni persona ha un nucleo d’insicurezza più o meno ansiogeno, che emerge in situazione delicate o di stress. L’ansia compare sempre in momenti fondamentali della nostra vita emotiva: per questo, va ascoltata e rispettata. La crisi d’ansia arriva quando qualcosa ci tocca a livello profondo, cioè quando dobbiamo attivarci per portare dei cambiamenti. Essa compare perché per troppo tempo abbiamo vissuto seguendo modi di pensare, abitudini, convinzioni che non ci appartenevano, ma che erano diventati degli automatismi, delle gabbie invisibili, e non ci permettevano di esprimere parti importanti di noi; tra l’altro, impedivano alle nostre sinapsi di svolgere. L’ansia, dunque, arriva quando c’è il rischio che si arresti la nostra crescita: quando è il momento di affrontare i problemi in maniera diversa, di utilizzare quelle risorse fondamentali che abbiamo dimenticato di avere, e di risolvere le problematiche che sono alla base del nostro malessere. E’ bene tenerla presente anche quando è passata, così da ricordare, in futuro, come abbiamo superato alcune difficoltà, per scegliere la via del cambiamento” (p. 43).

L’ansia nelle fasi della vita – “L’ansia si può manifestare nelle varie fasi della vita, in forme di diverse, in base all’età. Cambia l’espressione del disturbo nell’infanzia, nell’età adulta nella vecchiaia” (p. 55) […] “I bambino possono andare in ansia per separazioni, tensioni familiari, eccessi di responsabilità, cambiamenti che portano a un sovraccarico emotivo, aspettative elevate nella scuola o nello sport, oppure perché isolati, troppo sedentari, o perché fanno una vita inadatta alla loro età” (p. 56) […] “I giovani mal sopportano di provare ansia, perché non hanno ancora imparato a gestirla e a elaborarla razionalmente: allora la traducono impulsivamente in azione” (p. 57). […] “Ogni periodo della vita può essere soggetta all’ansia. In particolare, la terza età presenta dei cambiamenti che incidono profondamente sull’assetto della vita. Acciacchi, degrado fisico, malattie che accompagnano alla pensione. Anche i lutti possono funestare il corso degli anni. L’ansia, così, può estendersi e turbare un periodo che potrebbe essere di ricchezza interiore, di saggezza, di espansione delle relazioni umane (p. 63).

La terapia – “… l’ansia patologica va sempre curata, perché non vale la pena di sopravvivere quando è possibile, invece, vivere in modo pieno e autentico. Dai disturbi dell’ansia si può guarire; se è vero che di ansia non si muore, è vero anche che può diventare molto invalidante, impedendo di realizzare i nostri desideri e le nostre capacità e limitando il nostro livello di benessere. L’ansia va curata quando va ben oltre la situazione che l’ha scatenata, cioè quando è troppo intensa: quando non si riesce più a con durre un’esistenza accettabile, o quando diviene eccessivamente limitante” (p. 88).

Il metodo “Il flauto di Pan”- “Se siete giunti a leggere questo libro fino a questo punto, senza averlo riposto in libreria dietro le ricette di suor Germana né averlo gettato nel cestino o regalato a qualcuno che vi è antipatico (nel caso che non vi fosse proprio po9aciuto e l’amico fosse davvero antipatico), vuol dire che siete pronti: siete ben predisposti a trarre beneficio, spunti e stimoli nuovi da quanto seguirà. Forse ci vorrà un po’ di pazienza, soprattutto all’inizio, ma la costanza vi premierà. Inizialmente ero piuttosto scettico sull’uso della parola “metodo”. E’ abusata: esiste un metodo ormai per tutto. Mi sembrava troppo impegnativa, che potesse dare adito a facili entusiasmi. E’ ovvio che non può esistere un metodo universale. Ognuno in base alle proprie caratteristiche, lo renderà proprio: questo è già più che sufficiente. […] Perché si chiama Il flauto di Pan?” (p. 104).

mercoledì 15 ottobre 2008

PSICOLOGIA - SAGGISTICA


Gilberto Gobbi


Vorrei dirti tutto di me

L’importanza del dialogo
nella coppia e nella famiglia


Ed. Vita Nuova, Verona 2008, p. 274, € 15


L’AUTORE

Gilberto Gobbi, nato a Bovolone (VR) nel 1937, ha studiato filosofia, psicologia e pe­dagogia. E’ psicologo, psi­coterapeuta e sessuologo. Ha operato nel settore dell’orientamento scolastico e professionale, in équipe psico-medico-socio-pedagogica per l’handicap, e per 18 anni in un Consultorio Familiare d’ispirazione cristiana, di cui per otto è stato direttore. I suoi interessi da anni si sono focalizzati sulle dinamiche re­lazionali, sulle problematiche della coppia e della famiglia e sulla sessualità. E’ stato fondatore e presidente del Ciserpp e fondatore e direttore editoriale della rivista ReS. Ha svolto re­lazioni in congressi, convegni ed ha partecipato come formatore ad attività per operatori sociosani­tari e scolastici. Lavora in Verona come psicoterapeuta, indivi­duale e di coppia e come sessuologo. E’ autore di numerose pubblicazioni, articoli e li­bri, tra cui Coppia e famiglia. Crescere insieme (1996), Psicomotricità e dintorni (1999), Il corpo in gioco (a cura di, 2002), Il padre non è perfetto (2004), Mi serve aiuto… e se mi rivolgessi allo psicologo? (2008). L’ultima pubblicazione è del giugno 2008: Vorrei dirti tutto di me, che viene presentata.


Di che cosa tratta

Il libro si articola in sei capitoli, in cui sono affrontati aspetti diversi della comunica­zione della cop­pia, partendo da alcuni interrogativi sul matrimonio e sulla coppia nell’odierna società, sul codice simbolico e dell’unione e sui requisiti psicosociali della “coppia felice” e sulle problematiche della scelta. Si affronta la comunicazione della coppia come mezzo di individuazione del soggetto, di coesione della coppia, di parità valoriale delle persone. Sono analizzati i vari tipi di comunicazione, verbale e non ver­bale, i molteplici linguaggi, per soffermarsi sugli ostacoli propri della comunicazione egocentrica all’interno della stessa coppia e della famiglia. Un capitolo è dedicato ad una particolare comunicazione privilegiata della coppia: quella sessuale, perché l’Autore è convinto che la dimensione sessuale della persona ha un suo specifico lin­guaggio nella relazione di coppia, nel bene e nel male, come fattore per col costituzione e la crescita dell’unità, dell’intesa, della complicità e dell’intimità, o come causa di con­flitto e di disfacimento dell’unione stessa, assieme ad altre problematiche. Dopo aver analizzato le disfunzioni della comunicazioni sessuale, il percorso si chiude con la ri­cerca dei fondamenti e degli strumenti del dialogo
All’inizio di ogni capitolo vi è la presentazione di una situazione relazionale di coppia (prologo), imperniata su aspetti differenti della comunicazione, che permette di antici­pare, attraverso la vicenda raccontata, i contenuti analizzati. Il valore di tali racconti sta nell’essere uno spaccato di possibili situazioni di coppia generalizzabili. Ogni capitolo, poi, termina con schede di riflessione, che da personale può e deve diventare di coppia, perché le griglie di lavoro sono inerenti a problemi, aspetti, vissuti della relazione del soggetto e della coppia nel farsi quotidiano.


Di che cosa parla

Il libro, con un linguaggio accessibile, presenta il mondo affettivo-relazionale del sin­golo e del contesto coniugale, filtrato attraverso le espressioni molteplici della comuni­cazione. L’ottica è la relazione coniugale e familiare attraverso l’amnalisi della comu­nicazione, nei suoi aspetti più profondo (nascosti) e in quelli comportamentali (visibili). La comunicazione è fattore determinante per la costituzione, la continuità o l’interruzione della vita della coppia. L’Autore, nel privilegiare l’analisi della comunica­zione di coppia, ripete, però, che la riuscita di una buona tecnica della comunicazione non sia sufficiente per la riuscita del matrimonio: non cancella i deficit di personalità, le incomprensioni tra le persone, le diversità dei vissuti, anzi questi aspetti sono presenti per confermare che occorre sempre la disponibilità interiore a creare in clima psicoaf­fettivo costruttivo. Con questo presupposto, di una disponibilità interiore alla proget­tualità psicoaffettiva, la comunicazione diviene strumento da usare nella coppia in cui sono coinvolte delle anime, con le loro emozioni, gli affetti, le attese, gli investimenti valoriali, i progetti: la propria vita.
Se l’istituzione matrimoniale è socialmente in crisi, occorre cogliere il senso di quanto accade e interrogarsi sul codice simbolico della coppia d’oggi, per capire che i processi comunicativi attraversano ogni attimo della vita singola e di coppia e possono diventare processi di unità o di disunione e conflittualità.

Perché lo consiglio

Lo consiglio perché il singolo e la coppia si possono riconoscere in un percorso di co­struzione e di rivitalizzazione della vita relazionale. Possono trovare risposte di fronte all’esigenza di chiarezza, senza finzioni, sulla relazione, sul bene, sulla capacità di tro­vare uno spazio di costruzione della coppia, in cui i due si ritrovino “bene”. Il libro di­viene così un accompagnamento sereno e costruttivo.
E’ un libro che apre l’orizzonte e proietta verso una costruzione positiva della vita di coppia fondata sui valori. Al di là di alcuni aspetti tecnici necessari, senti che l’Autore crede in questa possibilità. Nell’epilogo del libro termina con una frase di Heguet “…avete ora tutte le carte in mano per affrontare venti e maree. Vi auguro, allora, un inverso favoloso…”.

Qualche passo


Pragmatismo funzionale – “La realtà, oggi prevalente, è che il matrimonio appare ai giovani sempre più come un evento problematico a causa della loro condizione “margi­nale” nella so­cietà industriale avanzata, mescola insieme “infantilizzazione”, passività e nuove dipendenze: difficoltà di un lavoro stabile e sicuro, di disporre di risorse econo­miche per avere una casa e un ménage adeguato. La società sembra non riconoscere al giovane una “capacità di matrimonio”.
“Eppure la famiglia la famiglia può essere definita come quello specifico sistema vi­vente, cul­turalmente oragnizzato, che presiede al ricambio organico della società pro­priamente umana ed è fondato in modo tipico sulla regola dello scambio simbolico, che sottende ad un particolare incontro intersoggettivo, fatto di reciprocità nella relazione e nell’incastro dei due mondi”. […] “ Autori come R. Bellah e N. Luhmann hanno ben evidenziato come la vita familiare odierna sia sempre più presa da un ethos terapeutico-manegeriale, che ne fa luogo di pragmatismo fun­zionale. In sintesi significa che, se la relazione “funziona” ed è “gestibile”, dopo averla speri­mentata, ci si può mettere as­sieme e si va avanti, altrimenti ci si separa e ciascuno tenta altre aggregazioni e altre relazioni. Si pretende che il pater sia capace di colmare i propri vuoti, le­nire le ferite, dare forza e impulso ai desideri, sostenere e contenere nei momenti difficili, anti­cipare i bisogni, sostituirsi…, dare felicità. In tale contesto la formazione della coppia diviene il crocevia del senso d’identità soggettivo e del senso d’identità di appartenenza, fra par­tecipa­zione attiva alla relazione e ritiro in sé, in un proprio spazio personale”(p. 28/29).

Gesti e parole – “L’esperienza conferma come le parole non siano assolutamente necessarie per la comunicazione; spesso un gesto della mano, la mi­mica facciale, la strizzatine d’occhio, la postura corporea, una mano sulla spalla, uno sguardo, l’avvicinamento, l’allontanamento, una ca­rezza, un contenimento, un abbraccio sono molto più significativi di un lungo discorso.
Il coniuge con il comportamento (comunicazione verbale e non verbale) trasmette messaggi di cordialità, di serenità, di desiderio, di sofferenza e di travaglio interiore; di accoglienza, di ri­fiuto, di indif­ferenza; messaggi di spontaneità, di non curanza, di ricercatezza. Da ciò derivano le nostre differenti immagini, che cerchiamo di proiet­tare fuori di noi a chi è nel nostro spazio. Lo stesso aspetto esterno è connesso alla presentazione di un’immagine di noi, cioè è conse­guenza di un processo consapevole o inconsapevole con cui ci pre­sentiamo all’altra persona. In questa nostra presentazione vi è una certa costanza di comportamento, siamo spesso ripetitivi.
Tutto ciò è di rilevanza fondamentale anche per la vita di coppia, perché la frequentazione e la conoscenza reale permettono di acqui­sire il codice, che facilita ai coniugi il saper leggere i contenuti l’uno dell’altro senza interpretazioni personali.
Sappiamo che le eccessive interpretazioni dei contenuti e del comportamento tra coniugi ar­recano parecchio danno alla dinamica della relazione. Tra l’altro, uno psicologismo diffuso nelle nuove ge­nerazioni è in contrasto con la spontaneità e la semplicità della re­lazione stessa, che viene complicata da una supponente capacità in­terpretativa. Si vogliono vedere e scoprire significati nascosti in ogni pur piccolo movimento del viso o inflessione della voce. Qualcuno potrebbe dire: “Lasciami vivere! Per favore!”
Se a ciò si accomuna l’atteggiamento della lettura del pensiero – spesso presente nell’educazione dei figli e nella relazione di coppia – la vita si complica ulteriormente. Dire: “Io so quello che pensi…”, oppure “conoscendoti non potevi se non pensare queste cose…”, è un azzardo e un’intrusione manipolativa nella vita dei figli e del co­niuge.
Ciascuno è persuaso di saper comunicare con le altre persone; sono le altre persone che non sanno comunicare con noi. E’ il co­niuge che è carente nei rapporti di coppia, che non risponde alle at­tese, rimane chiuso in se stesso, non coglie le sfumature dei discorsi, non condivide, non dà ragione. In una parola, non ha empatia, come si dice oggi.
Di fronte ad una coppia in crisi, si afferma che i due non comu­nicano, che da tempo è ces­sata tra di loro la comunicazione. Io ri­tengo che, sotto l’aspetto psicologico, il problema comu­nicativo sia diventato una specie di capro espiatorio, su cui si fanno ricadere le cause delle di­sfunzioni di coppia. E’ stata anche coniata l’espressione “incomunicabilità di coppia”, cioè “in­compatibilità di carattere”, che viene usata come causa di separazione: i due non ave­vano più nulla da dirsi, anzi non si sono mai detto alcunché, benché si trovassero sullo stesso palcosce­nico ad agire una parte.
Così, per mancanza di comunicazione, con la separazione cala il sipario, i due attori escono di scena, si spengono le luci. Ciascuno si strucca, dismette il vestito, esce dalla porta, in strada. Fuori della scena non hanno nulla da dirsi, come prima, la recita-monologo è fi­nita.
Verranno ricercate altre scene, altri vestiti, altri partners con cui recitare o meglio, poter fi­nalmente comunicare?
Parole, gesti, posture formano l’intreccio del tessuto comunica­tivo della coppia coniugale. Ognuno, l’uomo e la donna, comunica all’altro la sua totalità, com’essere sessuato nella rela­zione. Sono due soggetti differenti per storia personale, struttura psicoaffettiva, conformazione corporea, modalità di relazionarsi e di comunicare all’altro: il loro corpo sessuato è sintesi e manifestazione della loro stessa identità.
Tale realtà è talmente scontata, per cui non si dà importanza spe­cialmente oggi, in cui cia­scuno tiene conto solo di se stesso e non dell’altro/a con la sua identità psicosessuale. Si dà per scontato che l’altro/a sia come me: sarà l’impatto del quotidiano ad imporre l’esigenza che tale differenza venga coniugata con la propria diffe­renza. L’esigenza narcisistica, che il coniuge sia a propria immagine e somiglianza, si infrange contro l’ondeggiare dei flutti emozionali, deri­vanti dalle diversità.
Il corpo sessuato comunica se stesso attraverso i gesti, i com­portamenti e le parole. La co­municazione dei corpi e attraverso i corpi esige che vi debba essere una ben chiara identifica­zione e connotazione sessuale, costantemente riconosciuta e confermata dal coniuge” (p. 54/55).

Tratti della personalità egocentrica -Nella vita quotidiana ognuno si trova di fonte ad una serie di difficoltà derivanti dalla comunicazione; difficoltà, che complicano le relazioni e la possibi­lità di collaborare, allontanano le persone, bloccano l’affetto e l’amore, aizzano conflitti e sca­tenano aggressività. La vita di coppia, con il suo farsi quotidiano, è l’ambito privilegiato, in cui la comunicazione è mezzo di coesione, di complicità, di intrinseca capacità di crescita, ma an­che di allontanamento e di conflitti, come tale è l’espressione delle immaturità individuali, che divengono immaturità della coppia. Fondamentalmente le difficoltà di comunicazione possono essere ricondotte a quella forma, che s’identifica come comunicazione egocentrica; che si rifà ai comportamenti della persona egocentrica, i cui tratti caratteristici sono:
- essendo concentrata su se stessa, la persona egocentrica non presta attenzione, o molto poca, ai messaggi, ai desideri, ai comportamenti delle persone con cui è in relazione;
- tende ad escludere lo sforzo di assumere il punto di vista dell’altro, di decodificare il suo co­dice e di cogliere il contesto nel quale le sue affermazioni e comportamenti sono collo­cati;
- automaticamente proietta sull’altro il proprio schema cognitivo, lo stato d’animo e vissuto perso­nale, deformando l’informazione e fraintendendo il messaggio;
- dà per assodato la coincidenza del significato delle parole e dello schema di riferimento, senza che ciò venga mai sottoposto a verifica;
- utilizza forme comunicative di aggressività, che gli permettono di avere il controllo della situa­zione (p. 111).

Sessualità come comunicazione - L’approccio alla sessualità come comunicazione di coppia è il frutto di anni di pratica clinica con persone sin­gole e con coppie, di incontri e di conversa­zioni con gruppi di adolescenti, di fidanzati e di coppie giovani e meno giovani. E’ il risultato incompiuto di innumerevoli osservazioni e dati raccolti nell’esercizio della profes­sione, di con­fronti e discussioni con colleghi e di un esame critico del molto che è stato pubblicato nell’ambito della sessuologia.
Come nelle varie parti del libro, cerco di conversare con il lettore, di proporre riflessioni, appunti, indica­zioni, problemi aperti.
E’ evidente l’impostazione personalistica di chi scrive, che cerca nella sua pro­fessione di coniugare scienza e arte al servizio della persona, a cui sempre spetta di fare le proprie scelte. Nel vissuto della sessualità la nostra libertà e responsabilità sono costantemente in gioco, ma è un “gioco” che vale la pena di affrontare fino in fondo con la libertà dello spirito che anima la ricerca sul significato della vita.
La sessualità permea tutta la persona, nei suoi vari aspetti e dimensioni, essa è presente e profondamente coinvolta nella comunicazione, anzi, diviene comunicazione privilegiata.
La vita è segnata dalla comunicazione, che facilita la dimensione psicoaffettiva o la com­plica fino alle estreme conseguenze di portare il soggetto a chiudersi in se stesso e a costruirsi un proprio linguaggio, difficile da decodificare.
La stessa esperienza relazionale tra i coniugi è punteggiata sia da aperture alla compren­sione e all’accettazione reciproca sia da concrete difficoltà, che condizionano molte possibilità e spesso vanificano gli sforzi tesi a stabilire un clima favorevole per un’autentica comunica­zione. La sessualità, con i suoi molteplici aspetti, è parte integrante sia delle grandi aperture della coppia sia degli aspetti negativi, delle chiusure, degli abbandoni.
Occuparsi della comunicazione sessuale della coppia significa analizzare i contenuti e le modalità interattive, le forme e le tecniche, attraverso cui si agisce sull’altro o si reagisce all’altro, lo si comprende o lo si manipola; si scambiano significati, si codificano e decoficano i messaggi, attraverso la gestualità, il linguaggio del corpo sessuato e l’immaginario erotico. Si­gnifica, anche, imbattersi nel linguaggio totale (corporeo e psicoaffettivo) e nel suo uso o come mezzo di accoglienza, di arricchimento reciproco, di comprensione, o come strumento di com­petizione e di sopraffazione.
Occuparsi della comunicazione sessuale comporta confrontarsi con i suoi significati pro­fondi, spesso coperti dalle parole; incontrarsi con la facilitazione alla decodificazione o con il suo divieto, come mezzo di violenza quotidiana, che scandisce e accompagna altre violenze.
Implica l’entrare nel mondo dell’interazione più profonda, nell’intimità dell’anima e del corpo, in cui l’apertura o il blocco alla metacomunicazione (comunicazione sulla comunica­zione) significano coinvolgimento o rifiuto, partecipazione o adeguamento passivo e stereoti­pato. Nell’uno o nell’altro caso la comunicazione sessuale può diventare il paradigma della “normalità” della relazione quotidiana della coppia, con le conseguenti implicazioni positive o negative.

La sessualità umana è un campo aperto per la complessità della sua realtà, perché tocca l’intimità più profonda della per­sona, per il mistero e l’enigma che racchiude – è sorgente e di­svelamento della vita -, per il progetto insito in essa, che si salda intrin­secamente con il pro­getto esistenziale di ricerca di senso e di si­gnificato della vita, per le molte­plici discipline che la osservano e la studiano,
Al centro sta l’uomo con tutte le sue dimensioni: fisiche, psi­coaffettive, relazionali e spiri­tuali, con la sua storia.
Tutto l’uomo è sessuato nel mondo, nel suo pensare, pro­gettare, agire, relazionarsi.
La sessualità va oltre l’essere “maschio” o l’essere “femmina”e, pur avendo radici in am­bito bio­logico, lo travalica pervadendo la totalità della persona, sino alla dimensione valoriale, da cui deriva il suo significato.
La stessa corporeità è un valore fondamentale dell’uomo, che si commisura con la co­scienza. Corpo e coscienza sono pro­cessi della dimensione dell’essere e del “dover essere”.

Oggi l’aspetto problematico più evidente va rintracciato non solo nel rapporto uomo-donna, ma anche nella problematicità posta dall’orientamento dell’identità psicosessuale, che coin­volge il soggetto nel suo cammino di maturazione.
Le stesse disfunzioni di coppia, dovute alle difficoltà della vita amorosa, sono incapacità di ri­conoscere e accettare le differenze, di entrare in una reciproca comunicazione profonda e di esprimersi come donazione totale l’uno all’altro. Sono disfunzioni, che vanno lette come diffi­coltà della dimensione esistenziale, per cui le disfunzioni nella comunicazione sono fenomeni che rimandano a un malessere personale e della coppia, come pure vanno ricercate nella dimen­sione esistenziale le diffi­coltà nell’orientamento psicoses­suale che tanti giovani vivono (p. 131/132).

Che cosa non è il dialogo - Dopo aver detto in che cosa consiste il dialogo, ci si deve fare la domanda che cosa non è il dialogo nella vita quotidiana. Il suo approfondimento ci porta alla constatazione di una serie di atteggiamenti e di comportamenti, che costi­tuiscono il tessuto di una comunicazione non dialogica.
Innanzi tutto il dialogo oltre la conversazione, che tocca superficialmente argomenti senza coinvolgimento personale. E’ un dato di fatto che molte conversazioni si fermano alla superficie, non hanno coinvolgimento personale, perciò non sono dialogo, an­che se il clima in cui si svolgono è calmo e tranquillo e non vi è con­flittua­lità. Queste fanno parte di comunicazioni, in cui sono trasferite co­noscenze e indicazioni, che in prospettiva possono creare il clima e le condizioni per un dialogo tra persone che si aprono e manifestano quello che vivono, sentono, provano.
Certamente non pos­sono essere ascritte al dialogo la polemica e la controversia tra posizioni ideologiche differenti e il confronto rea­lizzato con tali caratteristiche. Al dialogo non appartiene neppure il confronto di idee, in cui predominano atteggiamenti pregiudi­ziali. Anche nella coppia vi possono essere da parte di ognuno dei due dei pregiu­dizi nei confronti del partner; pregiudizi, che operano in modo sotter­raneo e che vanno ad interferire pesantemente nella relazione.
Di per sé non è dialogo neppure il confronto di idee, perché tende ad essere un atteggiamento di giudizio, positivo o negativo, nei confronti dei contenuti espressi da ambo le parti e spesso delle stesse persone. Tanto meno è imposizione d’idee, con qualunque mezzo e modo essa avvenga. L’imposizione è controllo, potere, so­prafazione.
La stessa relazione d’insegnamento, in cui chi apprende e chi insegna si tro­vano su piani diversi, non è una relazione dialogica; tuttavia questa dimensione è determinante per il processo d’apprendimento, che richiede che da una parte vi sia conoscenza e dall’altra disponibilità e apertura.

Spesso vi è l’illusione che le conversazioni tra genitori e figli appartengano al dialogo, perché i genitori ascoltano e i figli poi fanno quello che vogliono. In queste situazioni i genitori abdi­cano alla loro funzione genitoriale, comunicando un atteggiamento d’im­potenza, di non d’ascolto fattivo. Il dialogare comporta che genitori e figli si ascoltino, si comprendano, esprimano il loro sentire, le ra­gioni; ma il dialogo esige che non si abdichi alle proprie funzioni: la compren­sione, l’accettazione dell’altro, la compartecipazione ri­chiede che i dialoganti siano se stessi e si assumano le proprie re­sponsabilità.
Il dialogo non è neppure una tecnica, con cui apprendere a par­lare, a relazionarsi e a condurre una conversazione.
Già ho affermato che la tecnica non insegna ciò che deve nascere da dentro, ma solo delle moda­lità con cui interagire e creare un clima che faciliti il dialogo (p. 2342/235).





sabato 7 giugno 2008

SAGGISTICA – filosofia e religione


Gustavo Zagrebelsky

Giuda. Il tradimento fedele


A cura di Gabriella Caramore

Collana: Uomini e profeti,  Morcelliana, Brescia 2007,  pp. 101    

                                  

L’AUTORE

Gustavo Zagrebelsky nasce a san Germano Chisone (TO) 1943, professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l'Università degli studi di Torino, è stato nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Scalfaro nel 1995. Il 28 gennaio 2004 è stato eletto Presidente della Corte Costituzionale, carica che ha ricoperto fino al 13 settembre 2004. È attualmente docente di diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino. Collabora con i più importanti i quotidiani italiani (La Repubblica, La Stampa), ed è socio corrispondente dell'Accademia nazionale dei Lincei. Nel suo articolato pensiero giuridico è rintracciabile una visione, se non una speranza, dualistica del diritto diviso in lex e ius, concetti riconducibili ai lati formale e sostanziale del diritto. Zagrebelsky afferma l'importanza della duplicità degli aspetti del diritto evidenziando il pericolo derivante dall'acriticità di un diritto solo formale o solo sostanziale. Una visione dualistica che nello Stato attuale si è persa a favore di un nichilismo giuridico. Negli ultimi anni è ripetutamente intervenuto nel dibattito pubblico italiano sulla laicità dello Stato e lo spirito concordatario: alcuni di questi saggi sono raccolti nel volume Contro l'etica della verità.

DI  COSA  TRATTA

     “Consegnare e tradire”, “la colpa e il perdono”, “il dannato e l’eletto”: sono gli argomenti di un’intervista che un uomo di diritto, costituzionalista, “studioso delle contraddizioni ma anche delle speranze della democrazia” offre al lettore. Il soggetto è Giuda che riassume “tutte le ombre del cuore umana: il suo sogno di bene e la sua capacità di male, il baratro della disperazione e il sogno della redenzione, la deformità del tradimento (..) e la domanda più radicale su Dio, se cioè la sua misericordia sia tale da poter accogliere e perdonare anche il colpevole più ripugnante” (p.7) Gustavo Zagrebelsky si muove nella convinzione che le “storie, e le aporie che il testo biblico ci offre rappresentano uno specchio in cui scrutare i difficili nodi della nostra comune umanità, e non formule per avvalorare le nostre opinioni o per consolidare le nostre insicurezze”(p. 7). Se diritto e  giustizia sono “per gli uomini” occorre non stancarsi nella ricerca  di soluzioni al vivere comune nella forma “imperfetta della democrazia”. Anche Giuda va ascoltato, per capirne  le ragioni.

DI  COSA  PARLA

     Giuda: un uomo senza vanità. Agisce nell’ombra, è appartato, tanto che i Vangeli, fatta eccezione “per  la vicenda del tradimento di cui è protagonista, gli dedicano pochissime parole alquanto insignificanti, oltre che non certo lusinghiere” (p.12). Niente esibizionismo, tanta autenticità: la sua “morte è un suicidio disperatamente solitario” (12). E’ un Giuda fratello nostro  “un nostro doppio  che ci svela un lato di noi che non amiamo vedere e, tanto meno, mettere in mostra” (p.13). E’ “lo strumento di un disegno provvidenziale da cui viene travolto” (p. 36),  è il protagonista di uno dei due tradimenti (l’altro è di Pietro), colpe che hanno esiti opposti. Un pentimento senza speranza, l’esperienza della solitudine, un peccato di disperazione che nega “con il suicidio una delle grandi virtù divine, forse il connotato maggiore del Dio cristiano: la misericordia” (p. 50). Ma Giuda partecipa anche al “medesimo evento” di Cristo, c’è “una comunanza di destino” nella morte e nel pendere di entrambi dal legno. Alla fine “crocifissione e suicidio; salvezza e perdizione, gloria e abiezione sembrano riconciliarsi” (p. 76). Il suicidio di Giuda “non sarebbe così un atto di estrema solitudine ma, al contrario, di comunione. Come Gesù ha preso su di sé il male del mondo, Giuda s’è fatto carico di tutto “il tradimento del mondo, per renderlo fedele. In questo senso Giuda fa parte del Salvatore” (p. 80). “Gesù ci toglie un peso; a Giuda  lo attribuiamo noi” (p.80): diventa il nostro “capro espiatorio”.Tra disperazione per aver commesso un peccato imperdonabile dall’infinita carità divina, e superbia di “essere stato nel peccato più grande di quanto Dio sia grande nel perdono” (p.92) l’autore chiude scegliendo le parole di Primo Mazzolari che vedono in Giuda la “nostra fratellanza nel tradimento”, ma anche la fede comune “nella promessa del Cristo di non venire a mancare per nessuno” (p.99).

LO CONSIGLIO PERCHE’

      Lo consiglio perché l’autore propone tre interpretazioni  suggestive dell’evento : una tratta dal Doktor Faustus di T. Mann. “Il peccato, quando è talmente enorme da far sì che il peccatore profondamente disperi della salvezza, è la via teologica alla salute (…). Dunque, la presunzione di aver commesso una colpa imperdonabile è la vera contrizione”(p.93), il dolore perfetto. Una da J. L. Borges (Tre versioni di Giuda): “Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei suoi destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo, fu Giuda” (p.95). Una da don Primo Mazzolari: “Io non posso pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio (…) quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo (…) non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella  parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni”(p.98).


QUALCHE  PASSO

DOLORE PERFETTO

  G.Z.: Vorrei fare un'osservazione sul romanzo di Mann. La costruzione del rapporto tra Leverkϋhn e il diavolo è geniale e comporta un notevole spostamento da ciò che è più ovvio. Taluno sostiene che il vero peccato di Giuda, il peccato "imperdonabile", non è il tradimento, ma la sua disperazione. La desperatio è il peccato sommo perché contraddice l'essenza ultima di Dio, il suo essere carità; sfida, cioè, Dio proprio sul terreno della sua onnipotenza come capacita infinita di carità. L'altro grande peccato, attribuito a Giuda, è quello della praesumptio (al fondo, un aspetto della desperatio) ovvero la superbia per aver commesso un peccato che neppure Dio può perdonare, la presunzione di essere stato nel peccato più grande di quanto Dio sia grande nel perdono. Ora, in una scena centrale del Doktor Faustus troviamo il dialogo tra Leverkϋhn e satana al momento della stipula del contratto di perdizione. Leverkϋhn rivolgendosi a satana, dice: «Guardatevi dal credervi troppo sicuro di me», da intendersi «di me come contraente fedele che vende la propria dannazione definitivamente», come contraente di cui potrete fidarvi; «una certa superficialità della vostra teologia vi potrebbe indurre a farlo. Voi vi fidate del fatto che l'orgoglio mi impedirà quella contrizione che è necessaria per la salvezza e non calcolate che esiste anche una contrizione orgogliosa, la contrizione di Caino fermamente persuaso che il suo peccato fosse troppo grande perché lo si potesse perdonare: la contrizione senza alcuna speranza e senza alcuna fede in una possibile grazia e in un possibile perdono, come saldissima convinzione del peccatore di averla fatta troppo grossa, al punto che nemmeno la Bontà infinita può essere sufficiente a perdonare il suo peccato. Questa soltanto è la vera contrizione, e io vi avverto che è molto vicina alla redenzione. Ammetterete che il peccatore moderato di tutti i giorni può essere solo moderatamente interessante [...] Il peccato, quando è talmente enorme da far sì che il peccatore profondamente disperi della salvezza, è la vera via teologica alla salute» [pp. 473-474 dell'edizione Mondadori del 1949]. Dunque, la presunzione di aver commesso una colpa imperdonabile è la «vera contrizione» e «io vi avverto che è molto vicina alla redenzione»! Così si potrebbe commentare, anche con riferimento alla praesumptio e alla desperatio di Giuda: se si crede di poter ottenere il perdono si pensa che in fondo la colpa non è così grave come sarebbe potuta apparire e, correlativamente, la contrizione non sarà allora molto profonda (Pagg. 91-93)”.

 

 L’ULTIMO DEGLI UOMINI

Dio - argomenta Runeberg - s'abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci è permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto, non invalidato o attenuato da omissioni. Limitare ciò che soffrì all'agonia d'un pomeriggio sulla croce, è bestemmia. Affermare che fu uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. [Si] ammette che il Redentore poté sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; è anche lecito ammettere che poté peccare e perdersi. Il famoso passo: "Salirà come radice da terra arida; non v'è in lui forma, né bellezza alcuna... Disprezzato come l'ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni" (Isaia, UH, 2-3), è per molti una profezia del crocifisso, nell'ora della sua morte; per alcuni una confutazione della bellezza che per volgare consenso s'attribuisce a Cristo; per Runeberg, è la puntuale profezia non d'un momento solo, ma di tutto l'atroce avvenire, nel tempo e nell'eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all'infamia, uomo fino alla dannazione e all'abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei suoi destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo, fu Giuda” (Pagg.94-95). Da: J. L. Borges Tre versioni di Giuda (1944) [in Finzioni, Tutte le opere, I, a cura di D. Porzio, A. Mondadori, Milano 1984, pp. 748 ss.].

AMICO E FRATELLO

       "Amico"! Questa parola che vi dice l'infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa anche capire perché io l'ho chiamato in questo momento fratello. Gesù aveva detto nel Cenacolo: non vi chiamo servi ma amici. Gli Apostoli sono diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l'amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L'abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l'ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l'innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! [...] Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: "Muore l'uno e muore l'altro". Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza di Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l'ultimo momento, ricordando quella parola e l'accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni”(Pagg.97-98). Da:[ omelia tenuta da don Primo Mazzolari, in una sera piovosa del Giovedì Santo del 1958].

Candido Avogaro

candidoavogaro@gmail.com

 

lunedì 21 aprile 2008

TESTIMONIANZE


Carlo Massa

Tutto me stesso prima di morire. 
Note dalla malattia

Ed. Servitium, 2008, p.87, euro 12



L’autore

Carlo Massa è nato a Napoli, nel 1942. Nel 1963 entra in Rai, cura per Radio3 vari programmi culturali. Dal 1979 realizza per la televisione programmi di cultura a sfondo sociale, come “Un giorno in pretura”. Nel 1994 esce dalla Rai e sia afferma come autore indipendente girando documentari che hanno spesso per oggetto la diversità: gli Indios della Patagonia, gli Inuit della Siberia, i maori, i nomadi rumeni.
E’ morto nell’agosto del 2007, dopo una lunga malattia
.

Di cosa tratta

Il libro raccoglie nove articoli scritti dall’autore nell’arco di due anni di malattia, pubblicati sulla rivista Viator (http://www.viator.it/).
Nella bella introduzione di Gabriella Caramore e nell’intervento del Prof. Ignazio Marino sono presenti altri spunti, anche in relazione ai temi pubblici intorno all’eutanasia, il testamento biologico e il senso del “curare”.

Di cosa parla

Volevo essere tutto me stesso prima di morire”. Sono le ultime righe di questo prezioso libro dove l’autore decide di parlare della “bestia” che ha preso lentamente posto nella sua vita, dei medici incontrati, gli ospedali, le cure, del duro “lavoro” dell’essere un “paziente”..Pian piano però il suo diario si apre alla vita interiore e Carlo Massa ci offre riflessioni profonde sulla vita, la malattia, la morte, l’amore, la relazione con gli altri e con se stesso. Sono pagine di testimonianza viva e palpitante di una lotta contro la malattia ma anche contro il cedimento e infine di una lotta per fare della propria morte un atto consapevole di vita. Prende così forma l’esigenza e il desiderio di vivere secondo un’etica forte, impregnata di valori.
Il dialogo sincero non nasconde la paura che sfianca e il bisogno di amore, l’unica risorsa capace senza infingimenti di “vivere” davvero l’avvicinarsi della morte e di morire come si è vissuti: nell’amore. Perché di tutto, questo è ciò che conta e che resta. L’amore che abbiamo saputo accogliere e suscitare, ospitare e trasformare. Mi fermo qui e lascio più spazio e tempo alle parole dell’autore.

Perché lo consiglio

Perché è un libro vero, capace di rendere ragione alla parola e al silenzio, da accostare come ci si accosta ad un amico malato con la coscienza chiara che è lui il “maestro” da ascoltare, capace di farci crescere in umanità.
Al termine della lettura a Carlo Massa, come un “grazie”, e a quanti stano vivendo consapevolmente la morte che giunge, con delicatezza porgo due piccole poesie:

“Oh Signore,dà a ciascuno la propria morte, una morte che scaturisca da una vita in cui ciascuno abbia avuto amore, senso, pena” (R. M. Rilke).

“Non basta la terra a seppellire un uomo. Che ognuno abbia un cuore che lo accoglie, in vita come in morte” (D. Ciardi, Non basta la terra, Ed Qiqajon)


Qualche brano

Sono le quattro circa del mattino. Esco faticosamente da un sogno a causa di un dolore alla parte sinistra della testa. Questa volta è un po' più forte del solito e non va via dopo qualche minuto. Cerco di non dar­gli importanza e di riprendere sonno ma non ci rie­sco. Alla fine mi alzo e ricorro a un blando sonnifero. Nell'attesa che faccia effetto, la mia testa comincia a elaborare pensieri, ipotesi, fantasie…È la prima volta che il tumore si fa sen­tire in modo chiaro. Fino ad ora solo vaghe avvisa­glie, subito sopite. Fino ad ora lo vedevo solo cresce­re, dei piccoli noduli sul collo e sulla guancia, ma non faceva male. Questo vuol dire una cosa precisa, lenta ma inesorabile. Comincio ad aver paura. In realtà un vago dolore era iniziato quest'estate, in Finlandia. Sempre a letto e di notte. Era stato come se mi dicesse­ devi fare i conti con me, quando e come dico io. Ero riuscito a non dargli retta. La prima volta mi sono al­zato senza far rumore, per non svegliare S. che mi dormiva accanto, e sono andato nel soggiorno della casa dove eravamo in vacanza. Dall'ampia finestra il giardino, che terminava a ridosso della parete di co-nifere e betulle, appariva rischiarato dalla luce cre­puscolare delle estati nordiche. Una bellezza strug­gente che mi ha ricordato per un lungo attimo di smarrimento che avevo una malattia grave. La bellez­za e la gioia si definiscono con maggiore intensità quando ci assale la paura di perderle.


Comincio a guardarmi attorno con più attenzione e mi rendo conto che la malattia non è solo un pro­blema per il malato ma, ovviamente, anche per chi gli sta accanto o attorno. Parlarne o non parlarne? Mi­nimizzare o consentire agli altri di partecipare al no­stro dramma? Cercare conforto o verità? Le risposte non sono facili e scopri che te le devi inventare con­tinuamente e che soprattutto ciò che va bene oggi può non andar bene domani… Il problema vero è che questa è una società che non è più attrezzata, ad affrontare la vec­chiaia, la malattia e la morte. Tutte queste cose sono state bandite, accantonate e rimosse come macchine da rottamare… Siamo orfani e soli. La paura genera altra pau­ra. L'unico modo per me di sconfiggerla è quello di cercare di guardare in faccia alla realtà, mettendo questa esperienza in comune con gli altri, senza na­scondermi. Il che spiega perché sono qui a scrivere questo "diario di bordo".


L'altro modo per affrontare il problema, non ne­cessariamente alternativo, è quello di rifugiarsi nella fede. Ma quella, come sappiamo, non te la puoi im­porre con la volontà: o c'è o non c'è. E, se non c'è, devi affrontare il cammino da solo, con le tue forze che sono sicuramente più consistenti di quanto pos­siamo immaginare. Sono tra quelli che, come Tiziano Terzani, pensa che il vero miracolo sia l'uomo, con la sua capacità di credere profondamente in qualcosa, non importa cosa, che alla fine lo può anche salvare. Non c'è in questo un atto di superbia della ragione, al contrario sono consapevole che non tutto si esau­risca con essa, ma che anzi ai suoi confini inizi un ter­ritorio illimitato che si chiama Mistero. Da sempre, da quando almeno ho abbandonato le sponde tran­quillizzanti della religione materna, sono rimasto af­fascinato da questo mistero che ci circonda e dal quale mi arrivano continui stimoli e richiami. La na­tura con la sua perfezione e bellezza oppure certe manifestazioni dell'animo umano mi hanno aiutato nel tempo a formarmi un'idea tutta mia del sacro, a cui cerco di rimanere fedele. Un'idea forte, anche se dai confini vaghi, che mi aiuta nel mio percorso di ri­cerca. Adesso la malattia non mi ha convinto a muta­re orientamento perché troverei di pessimo gusto farlo solo per paura. Anzi mi sembra giusto dare te­stimonianza del fatto che un laico possa affrontare l'idea della morte a testa alta, forte di un suo sistema di valori che non ha bisogno della promessa di premi o punizioni per trovare una legittimazione. Senza provare imbarazzo nell'ammettere che molti di que­sti valori provengono sicuramente dal vangelo.


È importante per me precisare che io parlo da una posizione di privilegio e che ne ho consapevolezza: ho degli strumenti per gestire ciò che mi è capitato.. Strumenti potenti come la parola e la capacità di organizzarla per raccontare di me, per riflettere e per costruire argini contro la paura. Le parole creano realtà, riempiono il vuoto di senso e il senso di vuoto, specie quando non si offre una sponda metafisica al nostro stare al mondo. Le parole offrono legittimità e diritto di cittadinanza a sentimenti, stati d'animo, sensazioni, pulsioni che, altrimenti, rimarrebbero a livello di magma indistinto che pur si agita in noi e diventa dolore sordo e incomprensibile. Fonte non di rado di gesti estremi e inconsulti che si danno solo perché ragione e sentimento non entrano più in con­tatto reciproco.
Questo parlare della malattia e dei suoi dintorni produce inoltre reazioni, mi aiuta a sentirmi più in contatto con quelli che amo perché, a questo punto della storia, tutti sappiamo a grosse linee cosa sta succedendo e ciò mi libera dal senso di incomunica­bilità che tali situazioni inevitabilmente creano. E persine da quella vaga sensazione di disagio o di "vergogna" che molti inducono nei malati con un at­teggiamento pietistico e imbarazzato. Ad avvalorare l'idea che la malattia sia appunto una vergogna da mimetizzare se non addirittura da nascondere. Sino a negarla a livello semantico, non concedendosi que­sti signori neppure le parole che la connotano, co­me, ad esempio, cancro e tumore, ma solo penosi eufemismi che trovano la loro apoteosi negli annun­ci mortuari dei giornali. Perché la malattia, quando non ricopre un carattere esplicitamente passeggero, diventa, di per se stessa, segno di estraneità, di man­canza, di non appartenenza a una società i cui miti e i cui valori vanno in direzione opposta. Una società che si sente minacciata, nella sua illusione di onni­potenza, da tutto ciò che l'uomo non ha la certezza di poter controllare, come appunto la vecchiaia, la malattia e la morte.

Mi sono prefisso così di urlare. Di urlare la mia voglia di esserci, di vivere, ma anche di condividere con altri la cognizione del dolore. Perché è a partire da questa che possiamo rintracciare il bandolo della matassa. Perché solo con l'assunzione in prima per­sona del dolore altrui noi possiamo provare reale pie­tà per noi stessi. Una genuina pietas che cessa d'esse­re penoso pigolio, piangersi addosso, vittimismo im­potente e diventa assunzione responsabile e stoica della nostra condizione umana.

Sto per andare a letto, dove sperimenterò se le nuove medicine riescono a darmi un sonno tranquillo.Mi piacerebbe in realtà riuscire a dormire meno, in questo momento della vita, per dedicare più tem­po alla scrittura. Perché ho fretta e urgenza di dire, per avere in qualche modo la conferma di aver vis­suto. Secondo gli indios mapuches della Patagonia, le stelle che brillano nella notte altro non sono che i fuochi presso i quali i loro antenati si raccontano le storie di cacce, di guerre e di amori. Come a dire che i racconti sono l'unica traccia che gli uomini la­sciano dietro di sé, l'unica realtà che ci sopravvive. Finché qualcuno avrà occhi per fissare la notte.

Mi viene spesso in mente l'immagine di un film che ho già precedentemente citato e che, più passa il tempo, più mi appare come una metafora perfetta della mia condizione: la partita a scacchi che il cava­liere al ritorno dalle crociate ingaggia con la morte, nel Settimo sigillo di Bergman. L'uomo sa che per­derà, ma tenta ugualmente, chiedendo al suo avver­sario, in caso di vittoria, una semplice dilazione per avere il tempo di rivedere la donna amata. In realtà è il tempo stesso della partita - il gioco degli scacchi, si sa, può anche durare molto a lungo per legittime pause - a concedere al cavaliere ciò che vuole. In una notte di orrore e di magia riscoprirà che l'unico sen­so che offre la vita è l'amore. L'amore tra esseri uma­ni e per la natura, con il mistero che sottende. Que­sta scoperta o ri-scoperta fa in realtà di lui il vincito­re della partita.
Anch'io sono impegnato in una lunga partita a scacchi, anch'io so di perdere, ma, avendo accettato di giocarla, sto scoprendo l'amore così come non mi era mai capitato prima. Un amore di cui mi viene continuamente di parlare perché mi sembra che ri­vesta caratteristiche nuove e per me sconosciute. Un amore che, giorno dopo giorno, cresce attorno £ me, suscitato anche da una mia attenzione per gli altri che non è mai stata così forte. Un amore che genera amore, al di là della paura e della morte o forse proprio perché tutte le persone che mi amano tifano per me in questa partita, iniziando a comprendere che la vera posta in gioco non è la mia sopra­vivenza fisica. Da qui e solo da qui scaturisce la forza che mi aiuta a combattere la paura, una paura che non si può mai sconfiggere una volta per sempre e che, quando meno me l'aspetto, mi afferra alla gola. E questa forza che cresce anch'essa parallela, sempre più produce gioia perché mi allontana dall'incubo nel quale sarei immerso se non avessi trovato queste risorse.

Nella camera d'ospedale a due letti c'era, insieme a me, un uomo semplice. Ci scambiavamo parole di generico conforto e reciproche cortesie, ma niente di più perché lui era intimidito dai miei libri e dal mio computer, e a me sembrava di non poterci tirar fuori di più. Una sera mi chiese una lettera per l'imminen­te compleanno della figlia che, insieme alla moglie, veniva tutti i giorni a trovarlo. Alle mie obiezioni che non la conoscevo lui rispose, con un tono di totale fi­ducia, che io sapevo le parole giuste, quelle parole che lui mai aveva trovato. Scrissi la lettera, gliela les­si e vidi lacrime nei suoi occhi buoni. Mi ringraziò con un piccolo dono e, quando stava per uscire, alla domanda se fosse contento: «Sarei più contento di stare ancora due giorni, fino alla sua partenza, per farle compagnia» mi disse.
Non so se sono stato capace di fargli capire che il vero regalo l'ha fatto lui a me.

Volevo essere tutto me stesso prima di morire.

(pier paolo gobbi)

venerdì 11 aprile 2008

LETTERATURA- ERALDO AFFINATI


" La città dei ragazzi"

(Mondadori, Milano, 2008. Pag.210,euro17))


L’autore

Eraldo Affinati, nato a Roma nel 1956, è scrittore, giornalista e insegnante. Ha esordito nel 1992 con un libro su Tolstoj: Veglia d'armi (Marietti). Il suo primo romanzo, d'impronta autobiografica, s'intitola Soldati del 1956 (Nardi, 1993). Con la pubblicazione di Bandiera bianca (1995, Mondadori, Premio Bergamo), la storia di una rivolta all'interno di un ospedale psichiatrico, si è affermato come uno degli scrittori italiani più significativi delle ultime generazioni. Il suo costante interesse per le vicende novecentesche si riflette in Campo del sangue (1997), diario di un viaggio a piedi da Venezia ad Auschwitz. Il nemico negli occhi (Mondadori, 2001) è la storia di una rivolta urbana nello scenario fantascientifico di una Roma apocalittica. Un teologo contro Hitler, Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (Mondadori 2002) viaggio fisico e spirituale nei luoghi che videro l'azione etico-resistenziale di uno dei più grandi cristiani del Novecento. "Secoli di gioventù" (Mondadori, 2004); "Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori" (Fandango Libri, 2006). Ha curato l'edizione completa delle opere di Mario Rigoni Stern Storie dall'Altipiano (I Meridiani Mondadori 2003).

Di cosa tratta

Attraverso le storie dei suoi allievi, ragazzi giunti in Italia in fuga dalla guerra, dalla miseria, dalla violenza e ospitati alla "Città dei ragazzi" (istituzione educativa fondata dopo la seconda guerr amondiale per gli orfani di guerra), l’autore intraprende progressivamente un viaggio doloroso alla ricerca delle proprie radici, svolgendo una profonda meditazione sulla paternità e sul senso profondo del "mestiere" di vivere e d iinsegnare.
Di cosa parla

“Ciao Caro Raldo, sono tuo studenti Hafiz…”.

Inizia così il nuovo romanzo di Affinati e leggerlo è mettersi in viaggio sulla strada per “fare di noi l’uomo”. Dopo la fine della seconda guerra mondiale erano gli orfani di guerra. Oggi i loro nomi sono Omar, Faris,Hafiz, Jean, Mihai, Petrit… Sono i bambini-ragazzi che giungono dal Maghreb, dal Bangladesh, dalla Nigeria, dall’Afgha­nistan. Arrivano in italia nei modi più strani, spesso per noi inconcepibili, nascosti sotto i camion, nelle stive dei traghetti dalle loro remote macerie, “specialisti della lontananza.Tecnici del distacco. Esperti dell'assenza. Conoscitori del lutto…col respiro in tumulto…la polvere negli occhi, il pane nel sacchetto. Uomini che vogliono continuare a vivere e perdono sangue mentre procedono”.

Molti di loro giungono alla “Città dei Ragazzi”, la storica comunità alle porte di Roma, fondata dopo la II^ guerra mondiale dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing. Devono imparare a leggere, a scrivere, trovare un lavoro e rendersi autonomi.

Affinati insegna italiano alla Città dei Ragazzi, li incontra ogni mattina, e in questo libro straordinario ne “ripete i nomi, ci salta sopra, quasi fossero ciottoli in mezzo al fiume, l’acqua della nostra vita, cercando di superare il guado”.
Ci racconta le sue lezioni e gli incontri, fatti di volti, corpi, sguardi, ascolto, pazienza, riconoscimento dell’altro e di sè nell’altro. 'Mi toccavo le labbra e scrivevo bocca, mi toccavo la faccia e scrivevo fronte, mento, naso. Conse­gnavo il libro degli esercizi a Shumon e lui, bengalese, mi sorrideva in modo meraviglioso come se io fossi il capitano dei romanzi di Conrad'.

“Ciao caro Raldo, sono tuo studente Hafiz,nato Kabul 1987…dlla guera voglio contare mia vita…” Dando realmente la parola a questi ragazzi, nel loro italia­no sbrecciato e prodigioso, attraverso i loro temi, Affinati si avvicina alle loro vite e ascolta storie di “famiglie smembrate, passioni recise, i giocattoli rotti, le favole mai ascolta­te…quello che non si può dire…”; comprende che “c’è sempre qualcosa dietro di noi, una guerra, un furto, un tradimento, una rapina, le ca­rez­ze di un uomo e di una donna, la bellezza e il dolore che si sputano ad­dosso, si fanno del bene e del male, un evento di cui siamo il frutto”.
Questi ragazzi che giungono in Italia sono “un fiume tumultuoso d’umanità di cui vediamo soltanto la foce sui banchi di scuola”. L’autore decide di scoprire la sorgente: da quale luoghi vengono, quali sono le ragioni profonde della loro partenza, che spingono questi ragazzi a lasciare padri e madri, terra e storia? E’ una domanda che lo porta a partire insieme a due ragazzi, Omar e Faris, verso il loro paese d’origine, il Marocco, a conoscere le loro radici.
E’ qui, che in pagine di straordinaria umanità, l’autore intreccia nel racconto la propria vita con quella dei suoi ragazzi, il loro ritorno alle radici con la sua dolorosa presa di coscienza delle proprie attraverso una dolorosa riflessione sulla paternità, assente e presente, vera o posticcia, perduta o ritrovata, capace di coinvol­gerlo in prima persona facendogli intrattenere un colloquio sofferto e segreto col padre scomparso, a sua volta figlio illegittimo mai riconosciuto, rimasto orfano e privo di guida a dodici anni. Una storia mai davvero raccontata al figlio e nascosta poi da un'apparenza di normalità dome­stica.
E’ qui il segreto e la bellezza di questo racconto: nella ricerca del proprio padre dentro lo sguardo di cento ragazzi senza padre. Dare ascolto e parola a questi ragazzi è l’ unico modo per trovare se stessi. “Se mio padre fosse nato oggi sarebbe entrato nella Città dei Ragazzi'. “Insegnare agli orfani per me significa eseguire il compito che omise di svolgere. Deve essere per questo che non ho avuto figli. Se ne avessi generato anche soltanto uno non avrei avuto le mani libere per riparare il danno”. “Ci perderemo tutti. Tutti, nessuno esclu­so…eppure siamo ancora qui: petali di un grande fiore secco dentro un libro”.
Affinati con l’arte dello scrittore e la passione dell’insegnante ci invita all’avventura di “fare l’uomo”, a partire da noi, perché “ognuno ha un pezzetto di responsabilità; se la disattende, provoca una conseguenza che può ripercuotersi, a distanza di tempo, nelle generazioni future e sento due voci interiori gridare una contro l’altra. Dio ci pensa tutti insieme, dice la prima. La seconda ribatte: non è vero. Si muore come si vive: soli”.


Perché lo consiglio

Perchè è un romanzo scritto bene, di rara bellezza sul senso del divenire uomini insieme agli altri. Perchè è una meditazione profonda sulla paternità. Perchè tra tante pagine poco utili sulla scuola e sull'insegnare ci consegna il senso più vero dello stare in classe.


Qualche brano
Le vere risposte
Basta osservare la manica sporca della sua magliet­ta per comprenderne la storia; se avesse una fami­glia, la sporcizia non durerebbe più di un pomerig­gio; tutti ricordiamo, quando eravamo piccoli, le macchie di unto, il grasso della bici, le chiazze d'o­lio: erano il frutto acerbo delle prime esperienze. La conseguenza logica dell'azione svolta. Il timbro d'accettazione che una misteriosa entità pretendeva per farci entrare nel mondo degli adulti. Il giorno dopo nostra madre le faceva scomparire. Peppino se le porta con sé quando non dovrebbe: a tavola, a scuola. Quelle macchie diventano per lui una se-/ conda pelle, un'escrescenza parassita, il triste risve glio da tutti i sogni che gli potrebbe venire in mente di fare.
Gli andai vicino, dietro le spalle, la testa sopra la sua, per vedere come scriveva e quella manica sporca mi colpì alla maniera di un dardo. Poco pri­ma gli avevo dato il foglio, la penna e un banco con l'intenzione di sottrarlo allo stato naturale che è suo caratteristico. È una contraddizione vivente: profilo aguzzo, faccia piena; intelligenza notevole, maturità minima; energia e depressione fuse insie­me. Se riesci a tenerlo fermo per dieci minuti, hai vinto. Peppino è quello degli anfibi coi tacchi di ferro e i lacci sciolti, quello dei filmetti porno scari­cati da internet sul cellulare, quello che attaccò il professore di tecnologia perché si era permesso di dargli uno scappellotto, quello che a pranzo man­gia sempre il doppio dei compagni, quello che non sa stare nei luoghi chiusi.Lo conquistai parlandogli dei campioni di wrest-ling. Lui preferiva Cybernic Machine, lottatele ru-de e scorretto, e Michael Kovac, studioso della di­sciplina e grande innovatore. Io gli contrapposi Cannon Bali, proveniente dal Nebraska, con la pancia strabordante e il cranio bitorzoluto; assai meglio di lui, mi rispose Peppino, alzando final­mente gli occhi verso di me, è Bambkiller, del qua­le due stupidissime ancelle non si stancavano di celebrare su Italia Uno l'insulso elogio. Per non parlare di Ares, aggiunse convinto, con l'ultima es­se trasformata in dollaro, agente del fisco svizzero, perennemente in cerca di evasori da punire.
Li conosci anche tu? Sì, puoi dirlo forte. Se voles- si, potrei presentarti Bernard Van Damme, il duro dal cuore buono. È un amico. Sai cosa gli farebbe al tuo Cybernic Machine? Gli salterebbe addosso con il peso dei suoi cento chili. Sarebbe "The phe-nomenal match". Capisci quello che voglio dire? Quei due ci regalerebbero un repertorio acrobati­co superiore a qualsiasi altro lottatore sulla faccia della terra.
Peppino! Quante richieste continuano a rivolger­ti! Psicologi, educatori, assistenti sociali. E poi, facci caso, sono ogni volta le stesse. Moduli da compila­re. Quesiti matematici. Disegni da eseguire. Mentre ti applichi, è come se intorno a te sentissi un brusio sommesso. Un mormorio di domande.
Perché dice sempre parolacce?Perché non ti saluta mai?Perché sputa dalla finestra?Perché fa a botte con la maggioranza delle perso­ne che incontra?Questo vogliono sapere.
Perché? Perché? Perché?
Caro Peppino, le vere risposte le sappiamo bene,10 e te, un giorno me le hai scritte sul tema e non sipossono rivelare a nessuno, sono indicibili, ma chivolesse potrebbe trovarle tutte, riunite una per una,come parole d'ordine, nella tua manica sporca.

Il ritrovamento
Più li guardo, più riconosco mio padre dentro di me. Non il suo volto, né le sue azioni o il mio rap­porto con lui, tutte cose su cui ci sarebbe comun­que da dire: un naso imponente su una faccia pic­cola da pappagallino; una vita d'ozio, soprattutto dai quarant'anni in su, fatta di televisione, pasti e sonno; un colloquio tanto affettuoso quanto sterile,
salvo gli ultimi anni quando cominciò a tirare ve­ramente i remi in barca. No; mi vengono in mente altre particolarità: in certe grinze del mio dito indi­ce, ad esempio mentre si piega sulle pagine di un libro, riconosco la magrezza allampanata che da giovane gli regalava un portamento quasi aristo­cratico e da vecchio lo costrinse a trascinare i passi incespicando; in alcuni miei gesti abitudinari, co­me quello di mettermi le mani dietro la nuca coi gomiti sporgenti a triangolo, sia seduto sia sdraia­to, riemerge un'altra sua tipica positura; perfino se mi viene il raschietto in gola, quando devo schia­rirmi la voce, faccio il verso che faceva lui.
Poi c'è mio fratello: un'altra strada, al fianco, cor­re parallela, si avvicina, si allontana. Veniamo dallo stesso posto, positura, sguardo, esperienze, ferite, lacerazioni. Procediamo rapidi verso l'ignoto, per­dendo gocce di sangue lungo il cammino. La terra beve avida i nostri umori. Tutto avrà un senso. Le reti furono gettate in due punti, quindi vennero tira­te a galla: i pesciolini saltarono in faccia al sole. Quando ci rivediamo, si ricompone l'immagine pri­maria. I bastimenti attraccano. Il pescatore sogghi­gna lassù, in cima al molo: è soddisfatto del carico. Eppure ci ha dato un nodo da sciogliere: il suo. An-ch'egli lo aveva ricevuto: chi può dire che non lo avesse, almeno in parte, già allentato? È tutta una catena. Lo scrisse anche il grande poeta Giorgio Se-feris, forse riecheggiando san Paolo: "Dov'è l'amore che d'un colpo spacca il tempo in due, l'ottunde?".
Come se il padre lasciasse nei figli ciò che il tra­monto consegna al nuovo giorno: una trasparenza dell'aria, i petali in terra, la corteccia tagliata. Omar dandomi il cinque, slauta Fortunato; Nordin, restando in silenzio, lo chiama in causa; Faris, chiedendomi informazioni, interpella chi mi ha generato. E se io dico le parole necessarie per chiamare Irina; se rassicuro il secondo battendomi il pugno sul petto; se illustro al terzo i modi pratici per andare a rinnovare il permesso di soggiorno: mentre daccio tutto questo non osno solo. Da morto miopadre mi restituisce quello che in vita non fu capace di darmi. Adesso sì, grazie a questi minori non accompagnati, ho la possibilità di ritrovarlo: se non ci fossero stati loro, l'avrei perduto per sempre.


giovedì 10 aprile 2008

RELIGIONE - PSICOLOGIA (M. Vannini)


Marco Vannini 

La morte dell’anima.

Dalla mistica alla psicologia.

 

Collana “Saggi”, Le Lettere, Firenze, 20032, pp. 355, euro 20,00

  

L’AUTORE

Fiorentino, estraneo al mondo accademico, Marco Vannini da vent’anni cura le edizioni italiane delle opere di Meister Eckhart e di tutti i maggiori esponenti della cosiddetta mistica renana.

Anche Civiltà Cattolica (2004, IV, 235-244) non ha potuto disconoscere la sua competenza in materia, mentre sanciva autorevolmente sancito l’“eterodossia” delle sue posizioni.

Negli ultimi anni Vannini, infatti, ha unito al lavoro “filologico” quello più propriamente filosofico, proponendo un’attualizzazione degli insegnamenti dei grandi mistici speculativi dell’Occidente, mediata dalla lezione hegeliana.

Così, da ultimo, ha pubblicato Tesi per una riforma religiosa (Le Lettere, 2006) e La religione della ragione (Mondadori, 2007, con prefazione di Roberta De Monticelli). 

DI COSA TRATTA

Il titolo è volutamente ambiguo, perché per “morte dell’anima” si intendono due fenomeni diversi, anzi opposti, che sono richiamati dal sottotitolo.

In un primo senso (positivo), l’espressione indica l’esperienza mistica intesa come assoluto distacco e dunque superamento dell’io, svuotamento dell’anima (individuale), che, sprofondando nel suo fondo indifferenziato, diventa capace di accogliere lo spirito (universale).

In un secondo senso (negativo), l’espressione indica invece la riduzione dell’anima a “psiche” in età moderna, che ha definitivamente emarginato la vera mistica, in favore della direzione d’anime o della  c.d. mistica devozionale.

L’esito laico di questo processo di involuzione per Vannini è rappresentato dalla psicologia contemporanea, che alimenta l’autoreferenzialità dell’io. 

DI COSA PARLA

Vannini rievoca la genesi greca delle nozioni di “anima” e di “spirito”, che il Cristianesimo porterà a compimento.

Notevole l’attenzione dedicata a Platone, il “maestro greco dell’anima”, che ha definitivamente fissato l’idea della sua immortalità, indicando la via del distacco, perfezionata poi in particolare da Plotino.

In ambito cristiano, Vannini evidenzia l’ambivalenza di Paolo (che riconduce alla compresenza delle radici greche e di quelle ebraiche), la grandezza di Giovanni, la grandezza e l’ambivalenza di Agostino.

Nel medioevo l’attenzione di concentra su Meister Eckhart e la mistica renana in genere.

Quindi Vannini si occupa di tre esponenti chiave della filosofia moderna: Cartesio, Spinoza e Hegel.

Segue la storia della “morte” dell’anima (nel secondo senso sopra distinto), di cui è emblematica la figura di Freud, con il suo capovolgimento di Platone.

LO CONSIGLIO PERCHE’

Lo consiglio perché considero geniale la capacità di Marco Vannini di ripercorrere millenni di storia del pensiero e della religioni sulla base di pochi concetti molto definiti.

L’operazione comporta ovviamente qualche semplificazione, con la possibilità che qualcuno ne sia urtato (penso ad esempio alla riduzione della tradizione ebraica a “forma primaria dell’alienazione” religiosa).

Ma si tratta di una prospettiva suggestiva e stimolante, talvolta spiazzante.

 

QUALCHE PASSO

“Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio”, ammoniva il precetto delfico. Esperienza dell’anima ed esperienza di Dio sono infatti còlte nella mistica, a vario livello, nella loro profonda unità. E’ evidente anzi che quando scompare Dio scompare anche l’anima, e viceversa: i due concetti insieme vivono ed insieme muoiono; ma vita vera essi hanno solo quando v’è un terzo concetto che li unifica ed ordina, e che è quello di spirito. Prodotto del genio greco, esso giunse a compimento nel cristianesimo” (p. 7).

“E’ molto significativo il fatto che il maggior maestro dell’anima in Occidente – al quale la qualifica di Meister è rimasta proprio come un nome – non crei affatto una dottrina sull’anima, anzi spazzi via tutti quei gradualismi, quelle definizione che pure aveva ereditato dalla tradizione monastica e scolastica” (p. 103).

“Non possiamo dare una veste “laica” al discorso eckhartiano, togliendogli il riferimento religioso, per il semplice motivo che questo riferimento è essenziale alla realtà stessa della cosa. Come dire: non v’è spirito che non sia Spirito santo. Se se si toglie il “santo” – operazione tentata più volte, nella filosofia come nella psicologia – si perde anche lo spirito, che diventa qualcos’altro, ovvero la soggettività psicologica, ricadendo pesantemente nel determinismo animale, nella regione della forza, della gravità, là dove l’anima scompare, diventando un mero oggetto della fisica, scienza, appunto, che si occupa della gravità. Ancora una volta, come si è visto, Dio e anima stanno insieme, e insieme scompaiono” (p. 142s.).

“Nel nostro mondo la alienazione di fondo -  ovvero la malattia – che affligge tutta una civiltà, ha origine religiosa. E’ dal dualismo biblico infatti che proviene principalmente l’idea non spirituale di Dio come essere-altro, con tutte le conseguenti distinzioni: di Dio e non, rivelato e non, sacro e profano, ecc.” (p. 309).

“Così, all’inizio del terzo millennio cristiano, ci troviamo di fronte alla terribile afflictio animarum che deriva dalla perdita di Dio e dell’anima, ridotta a povera psiche.

Mentre si ferma all’alterità di Dio, senza riconoscerlo e senza riconoscersi come spirito, la religione non può infatti porsi come verità, e il sentimentalismo e lo psicologismo della “fede” che essa propone può forse dare qualche ristoro, ma non regge in effetti il confronto con l’intelletto illuministico… Eppure la religione possiede, nel suo cuore stesso, il superamento dell’alienazione. Dal vangelo di Giovanni alla filosofia di Hegel, la mistica ha infatti conservato, insieme, conoscenza di Dio e conoscenza dell’anima: l’esperienza dello spirito…. E, del resto, solo nel cristianesimo l’esperienza dello spirito può essere conservata, perché solo nella religione trinitaria lo spirito è possibile” (pp. 343s.).

Giorgio Danesi

diotimo@tiscali.it

lunedì 7 aprile 2008

SAGGISTICA – Filosofia politica (O. L. Scalfaro)

Oscar Luigi Scalfaro

La  mia Costituzione


Intervista di Guido Dell’Aquila, Passigli  Editori,

Firenze 2005, ristampa Roma 2008; pp.240, Euro 6,90

 

L’AUTORE

Oscar Luigi Scalfaro, nato a Novara 1918, si laureò in Giurisprudenza nel 1941 all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed entrò in magistratura l'anno successivo. Lasciò la toga per la politica nel 1946: fu eletto a Torino, fra i più giovani nelle file della Democrazia Cristiana, all'Assemblea Costituente che doveva redigere una nuova Carta Costituzionale. In seguito venne eletto deputato, fu più volte ministro,  fino al 1992 anno in cui fu eletto Presidente della Repubblica. Terminato il suo mandato da Capo dello Stato, Scalfaro divenne Senatore a vita in quanto ex Presidente    della Repubblica.  Nella primavera del 2006 è stato Presidente del Comitato "Salviamo la Costituzione" e a capo del Comitato per il No al Referendum sulla Riforma Costituzionale. Favorì,  dunque,  la bocciatura della riforma per via referendaria, il 25 e 26 giugno 2006. In apertura della XV Legislatura è stato Presidente provvisorio del Senato della Repubblica (perché senatore più anziano dopo Rita Levi Montalcini che si era dichiarata non in grado di svolgere quel compito), fino all'elezione alla presidenza di Franco Marini, da lui sostenuto.

DI  COSA  TRATTA

   “In viaggio verso la democrazia”: cinque capitoli, un prologo, e in appendice il testo della Costituzione. 

Un giovane “costituente, eletto  a Novara, parte per Roma, è il 22 giugno 1946. Tra le rovine di un’Italia devastata dalla guerra e dal fascismo  arriva a Montecitorio. Culture politiche diverse: liberali, socialisti, comunisti, cristiani democratici si mettono al lavoro, sullo sfondo di un’Italia povera, sconfitta, ma coesa perché tutti potevano dire “abbiamo sofferto insieme”(p.49). I principi fondamentali, i diritti civili e politici, i tentativi di riforma degli anni recenti sono colti in modo vivace,  con chiarezza e lucidità. 

Il tutto reso concreto con il ricordo di esperienze, stili di vita, modi di lavoro di una comunità, attenta alla “dignità” della propria appartenenza, mai grossolana, in cui De Gasperi poteva suggerire ai giovani del suo partito: “Bisogna che la vostra vita privata (..) sia in armonia con i principi che sostenete nella vita pubblica” (pp. 35-36). L’intervista si chiude con alcune lucide osservazioni sul debole “spirito  riformatore” dei politici di oggi. “(..) Queste istituzioni sono modificabili sempre. (..) C’è bisogno (..) di avere in testa un’idea di ‘come’ modificarle. Pare piccola questa richiesta ma è fondamentale” (p. 136).

DI  COSA  PARLA

1922: dopo la marcia su Roma, il re chiamò Mussolini che  fece un governo ed ebbe il voto di fiducia. “La partenza avvenne dunque secundum legem, nel rispetto delle norme (statutarie)”(p.14).  24 anni dopo 556 deputati vanno a scrivere la Costituzione. Dopo anni di censura “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero” (Art. 21). Un giornale risorto può scrivere “Riprendo in mano la penna che ho spezzato più di vent’anni fa per non scrivere sotto dettatura” (p.105).   Ad uno ad uno vengono formulati i diritti personali, civili, politici, sociali, descritte le istituzioni, in tutto 138 articoli di una Costituzione scritta da un popolo sovrano. Si tratta di “diritti che l’uomo ha sempre avuto”(..) e la Rivoluzione francese ha deliberato e, accanto a essi,“La  Pira ha inserito i diritti delle comunità (..): la comunità professionale, la comunità religiosa. La comunità sportiva. Ecco la persona”(p. 67). “Tutti i cittadini hanno pari dignità” (..)(p. 73) che non significa “che i cittadini sono socialmente uguali; sarebbe assurdo se lo affermasse perché alcuni sono già nella società in posizioni dominanti, per ricchezza, per potere di lavoro, per capacità d’ingegno, per creatività, per mille ragioni. Parla di pari dignità (p. 73).  “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge” (..). Lo Stato non ha una religione, lo Stato è la casa di tutti dove ognuno deve sentirsi in casa propria “ (p.77).  Per fare un buon lavoro vengono consultate  “tutte le università, gli avvocati, i giuristi, i notai” (p.54). La stesura  è “ben scritta, asciutta, senza sbavature e chiarissima alla lettura” (p. 54).

LO CONSIGLIO PERCHE’

La elaborazione della carta costituzionale  è il “romanzo di formazione”  della “nuova Italia” che scopre di esistere dopo il fascismo: “se c’è una distinzione fondamentale tra dittatura e democrazia questa è la persona” che “nella democrazia è esaltata nella sua dignità e nei suoi diritti” (p.11). Ed è proprio la dignità umana che risalta dalle pagine dell’intervista: si polemizza aspramente, ma si argomenta, non si usa l’ingiuria; c’è alto il senso “del  lavoro eccezionale che produsse una Costituzione tra le migliori dei paesi democratici” (p.54). Non si improvvisa né si considera banale il compito affidato. 

L’intero “patrimonio politico e culturale del Paese” contribuisce a formulare il testo: liberali, repubblicani, socialdemocratici, azionisti, marxisti di varia ascendenza, cattolici cooperano al lavoro. Nessuno mette “le proprie insegne sulla Costituzione” (p. 52). Questo modo di lavorare, sorretto “dall’etica della responsabilità” è un compito per tutti “per mantenere viva la pace, al proprio interno e nei rapporti con gli altri popoli. In una parola. In questa Costituzione ci sono scritte tutte le regole della democrazia” (p. 163). Per modificarla “ci vogliono saggezza,lungimiranza, maturazione di pensiero, cultura specifica, cultura giuridica, esperienza” (p. 137).


QUALCHE  PASSO

VETTURA DI TERZA CLASSE

“Salii alla stazione centrale di Milano su una vettura di terza classe che le ferrovie ci avevano messo a disposizione per l'occasione. Quella carrozza riverniciata di fresco mi fece uno strano effetto. Sembrava una 'metafora al contrario' del Paese di quegli anni. L'Italia era martoriata, bombardata, ferita da anni di guerra, ma viva, vitale, piena di energie che aspettavano solo di essere liberate compiutamente; quella vettura invece sembrava nuova, era stata tirata a lucido per la partenza di noi deputati neoeletti, ma sotto la carrozzeria fiammante, la meccanica era stata rabberciata alla meglio. Tant'è che dopo due ore o forse tre di viaggio, arrivati alla stazione di Piacenza, sentimmo il capotreno e altri uomini in divisa delle Ferrovie gridarci di saltare giù. La vettura aveva preso fuoco. Non aveva resistito allo sforzo. Era il 22 giugno del '46, io e una piccola patuglia di deputati stavamo andando a Roma dove ci aspettava il sogno divenuto realtà di una nuova democrazia” (pp.5-6)

 

         DIRITTI RIFLESSI

        Non si deve pensare che la Costituente sia nata dall'idea geniale di questo o di quel politico. In quella realtà storica non poteva non esserci. Si usciva da un periodo, quello fascista, che aveva letteralmente calpestato la Carta dei diritti fino ad allora esistente. Senza che fosse emanata alcuna norma esplicita, il fascismo aveva di fatto soppresso lo Statuto Albertino, sostituendolo con le istituzioni della dittatura: la Camera dei Fasci e delle Corporazioni e il Gran Consiglio. Le istituzioni precedenti, dal Comune alla Provincia al Parlamento, erano tutte elettive. Ma la dittatura spostò una virgola e disse: «Da questo momento vi togliamo l'impegno di votare. Non andate più a votare. Perché questo disturbo? È deciso: tutte le cariche sono nominate dall'alto». Questo concetto di 'alto' è strabiliante, perché, nel momento in cui una comunità non ha potere di scegliere, chi è che nomina dall’alto? Da dove nasce questo fungo ‘dell’alto’ che comanda? Evidentemente è un prepotente o un gruppo di prepotenti che hanno occupato iniquamente lo Stato e dicono: «Tu cittadino, tu essere umano, non hai diritti primari perché titolare dei diritti sono io, lo Stato, cioè questo gruppo di prepotenti che si sono chiamati 'lo Stato'. Ed essendo noi - per essere ancora più chiari - i padroni dei diritti, noi ve li concediamo, ve li diamo in parte, ve li sospendiamo, ve li togliamo a nostro piacimento».

Si introdusse così la tesi dei 'diritti riflessi'; il cittadino non è titolare di diritti primari perché è lo Stato ad esserne proprietario. Queste sono le cancrene, le turbative, le patologie del diritto che diventano turbative e patologie sulla persona umana. Se c'è una distinzione fondamentale fra dittatura e democrazia, questa è la Persona. Nella dittatura la persona è mortificata, privata di diritti, diventa quasi un oggetto, una cosa. Nella democrazia la persona è esaltata nella sua dignità e nei suoi diritti. Attenzione, è esaltata come proclamazione, come diritti scritti. È una cosa importante il diritto scritto perché fa dire a ciascuno: «Io so che ho questo diritto, posso almeno protestare». E qui interviene l’azione politica nel senso più alto del termine. L’azione permanente, continua, che si rinnova, e che traduce – deve tradurre – il diritto proclamato, scritto, in realtà vissuta” (pp. 10-12).

GARANTE DELLA COSTITUZIONE

 

“Chi deve difendere la Carta? (..) Ognuno di noi è garante. Quando in Italia il fascio ha detto «i partiti non ci sono più, sono cancellati», quanti hanno reagito? Quando ha detto «i giornali si chiudono, esiste il nostro e può esisterne qualche altro a condizione che la velina che noi diamo sia presa e ubbidita», quanti si sono ribellati? Quando si è detto «non avete più il diritto di voto», quanti hanno invece pensato: «non prendiamoci grane, poi passerà, ma non rischiamo, ma, ma, ma..», quanti? Mi vengono in mente le Lettere dei condannati a morte. Giovani di quindici, venti, venticinque anni. Uomini di quaranta, cinquanta, sessanta. Quanti sono stati i morti per la libertà? Tanti. Di fronte a milioni di persone a qualcuno potranno anche sembrare pochi. Ma sempre troppi... sempre troppi. E sono morti perché la maggioranza ha dormito e ha pensato «è bene non rischiare». Per riconquistare i diritti che si sono persi strada facendo, per non averli difesi ai primi sentori del calpestamento, quanti ci hanno rimesso la pelle? E dunque o ci si ricorda come è nata la Costituzione o si perde tutto. Non dimentichiamo mai il prezzo pagato. Non dimentichiamo che i grandi valori non si conquistano una volta per sempre, devono essere riconquistati e pagati ogni giorno. Ognuno di noi, se ci crede, davanti a Dio, ma tutti davanti alla nostra coscienza e alla Costituzione, davanti alla comunità della quale abbiamo l'onore di far parte, ognuno di noi deve sentirsi sempre tutore della Costituzione, garante della Costituzione. Per questo occorre conoscerla, occorre farla conoscere, ma, soprattutto, pensando quanti dolori, quanti sacrifici, quante lacrime, quanto sangue, quanta sofferenza è costata questa Costituzione, bisogna che ognuno di noi sia capace di amarla ” (pp.156-7).

 

Candido Avogaro

candidoavogaro@gmail.com

 

 

mercoledì 2 aprile 2008

COME SI PUO' NON RICORDARLO?


Ricorre oggi il terzo anniversario della morte di papa Giovanni Paolo II.

Tutto si poteva misconoscere in lui, molto si poteva non condividere, ma non la sua piena presenza umana - la carità vera di chi realmente era vivo: aveva lavorato, sofferto, ascoltato, soccorso, invocato, sperato per davvero. 

C'era la vita, per lui, calda e pulsante come egli stesso la conosceva e viveva, non l'asettica "esperienza dell'esistere"; la sua preghiera era vera confidenza o vero grido, mai astratta.

La sua Teologia del corpo segna ancora a fondo la distanza tra la sua lungimiranza e la miopia di tanti; la sua Dominum et vivificantem permette oggi un vero dialogo tra cattolici e ortodossi; la sua presenza silenziosa al Muro di Gerusalemme sarà feconda per secoli, e ancora non si svela in luce piena; la sua voce che tuonò con vera ira verso gli uomini della mafia ("dovete pentirvi") dà ancora eco sulle pendici dell'Etna; fu ancora la sua voce quella che ammonì severamente, con angoscia, coloro che vollero l'attuale guerra in Iraq e Afghanistan ("renderanno conto alla storia e a Dio"): ci accadrà, come sembra sempre più evidente, di scoprirla esatta nella profezia.

lunedì 31 marzo 2008

MEMORIE - CRISTIANESIMO - ORTODOSSIA - SPIRITUALITA' (O. Clement)


Olivier Clément

Memoria di speranza

 

 Collana “Già e non ancora”, Jaca Book, Milano 2006, pp. 223, euro 18,00

(titolo originale Mémoires d’espérance, Paris, 2003)

 

L’AUTORE

Olivier Clément, nato in Francia nel 1921, da giovane ateo si convertì al cristianesimo ortodosso a ventisette anni, dopo l’incontro con Vladimir Lossky e con il pensiero di Nikolaj Berdjaev.

Ha insegnato all’Istituto Ortodosso di Teologia Saint-Serge di Parigi, pubblicando numerosi saggi, tra i quali un’autobiografia spirituale (L’altro sole, Jaca Book, 1984) e un’agile introduzione all’universo ortodosso, giunta alla settima edizione (La Chiesa ortodossa, Queriniana, 2005).

DI COSA TRATTA

Si tratta di una voluminosa intervista realizzata da Jean-Claude Noyer nel corso di vari colloqui, “ogni venerdì alle cinque a casa sua, nel XX arrondisment” (p. 8).

Di risposta in risposta, si delinea la memoria personale dell’autore, insieme alla memoria collettiva dell’Oriente ortodosso, in cui si radica la speranza con cui Clément sa guardare al futuro.

DI COSA PARLA

Nel primo capitolo l’autore ripercorre brevemente la storia del proprio percorso intellettuale: il contesto familiare, le letture giovanili, la formazione da storico, l’esperienza nella Resistenza, l’incontro con gli ambienti parigini della diaspora russa, la conversione.

Nel secondo capitolo le domande dell’intervistatore vertono su alcune questioni teologiche (la centralità della Trinità, il rapporto tra fede e ragione, il problema del male, etc.).

Il terzo capitolo riguarda l’etica, a partire da una visione del rapporto di coppia intrisa di un vissuto personale intenso e talvolta sofferto, fino ai grandi temi sociali, affrontati anche attraverso la rilettura dei c.d. maestri del dubbio, insieme ad alcune figure emblematiche dell’Ortodossia del Novecento.

Il quarto capitolo affronta il tema del dialogo tra le religioni e dell’ecumenismo, in cui la “speranza” del titolo si confronta con il realismo.

Nel quinto capitolo, infine, Clément cerca di introdurre il lettore ad alcuni aspetti dell’ascesi ortodossa, e in particolare a quello della preghiera nella tradizione dell’esicasmo.

LO CONSIGLIO PERCHE’

Lo consiglio perché mi ha sorpreso.

Lo sguardo di Oliver Clément ha un’apertura e una profondità singolari.

Un raro caso di “convertito” che sa evitare la caduta nel fanatismo, contrappasso così frequente.

Forse chi sa rinnegare davvero se stesso non ha bisogno di rinnegare anche la cultura e la storia in cui è radicato. Con quella cultura e con quella storia – che in buona parte sono anche le nostre – Clément esige continuamente che la propria fede si confronti.

Ne risulta una prova straordinaria di onestà intellettuale e personale, virtù rare in troppi teologi.

 

QUALCHE PASSO

“E’ stata l’assenza di una vera teologia della libertà, oltre che di una vera teologia dello Spirito Santo, a impedirmi di diventare cristiano, almeno fino a che non ho trovato tutto ciò nella Chiesa ortodossa e nei Padri” (p. 21).

“Allo stato attuale le Chiese hanno raggiunto forme poco difendibili… Per l’uomo di oggi si dovrebbe invece parlare, innanzitutto, del mistero, del divino, delle situazioni estreme dell’esistenza, dell’invisibile, del passaggio dal visibile all’invisibile, cercando insomma di aprire la corazza di questo mondo indefinito e chiuso al contempo. Aggiungo inoltre che, nella maggior parte delle Chiese, il cristianesimo si trova ridotto a una morale. Con in più, talvolta, un’insistenza particolare sulle proibizioni, e questo sia ad Atene che a Roma. Al  moralismo l’Ortodossia aggiunge poi il ritualismo. Le Chiese sembrano oggi società comuni o insignificanti. Dire, come fanno gli ortodossi, che “la Chiesa è Cristo” non è serio. Eppure la vera santità “buca” gli schermi televisivi” (pp. 61s.).

“Non vedo perché dovrebbe esserci un’unica religione, soprattutto in Cristo!” (p. 142)

“L’uomo occidentale di oggi è talmente arido, talmente fuori di sé, talmente in fuga da se stesso tanto nel bene quanto nel male, che ha bisogno di penetrare il suo stesso corpo e la poesia delle cose, prima di affrontare l’ascesi tradizionale. Questa è fatta per l’uomo delle culture antiche, del silenzio e della lentezza (anche della crudeltà)” (p. 146).

“La nostra epoca tende a esaltare il corpo, a contatto con gli elementi della natura… Gli antichi Greci conoscevano tutto questo. I kouroi (statue arcaiche di giovani) ne sono uno splendido esempio. Quei corpi vantano la stessa bellezza di giovani platani che si spogliano della loro corteccia. Ma i kouroi non avevano volto. Possiamo dire che il cristianesimo abbia attribuito un volto ai kouros, ma eliminandone in qualche modo i corpi. Credo sia giusto, e in qualche modo auspicabile, reintegrare il corpo, il corpo nella neve, nel mare, nel vento e così via” (p. 195).

“Il cristianesimo è ancora giovane, il mondo non ha ancora visto né sentito niente. Seppure in minoranza, i cristiani devono radicarsi nello spirituale, al di là della storia, e insieme testimoniare una spiritualità profetica e creatrice, capace di rischiare la storia” (p. 219).

Giorgio Danesi

diotimo@tiscali.it


venerdì 28 marzo 2008

SAGGISTICA – BIOGRAFIA - POLITICA (A. Moro)


Aldo Moro

Lettere dalla prigionia


A cura di Miguel Gotor, 

"Gli struzzi", Einaudi, Torino 2008, pp.400, Euro 17,50

 

L’AUTORE

Aldo Moro nacque a Maglie (Lecce 1916), morì a Roma (1978). Dopo una normale vita di studi si laureò presso l'Università di Bari alla Facoltà di Giurisprudenza con una tesi su "La capacità giuridica penale". Nel 1945, sposò Eleonora Chiavarelli, da cui ebbe quattro figli. Iscritto alla Fuci e alla  DC, fin da subito mostrò la sua tendenza democratico-sociale, aderendo alla componente dossettiana. Professore ordinario di diritto penale presso l'Università di Bari nel 1953, fu deputato e più volte ministro. Nel 1963 ottenne il trasferimento all'Università di Roma, come titolare della cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze Politiche. Fu Presidente del Consiglio e propose con Berlinguer un governo di “unità nazionale” come primo tempo della “terza fase” della politica italiana. Dopo un breve periodo di solidarietà di tutte le forze democratiche nella condizione di una emergenza assai pericolosa per la democrazia repubblicana(1978), si sarebbero create le condizioni, nel medio lungo periodo, dell'avvento di una democrazia dell'alternanza. In questo modo tutte le formazioni popolari del paese avrebbero potuto far valere i propri progetti e i propri programmi. Si trattava di "sbloccare" la democrazia italiana ed arrivare infine ad una vera alternanza di governo. In occasione di tale operazione fu rapito e assassinato dalle  brigate rosse.

DI  COSA  TRATTA

Il  volume presenta 97 lettere e il memoriale scritti in 55 giorni di prigionia, a noi pervenuti in tre momenti nel periodo di 12 anni:

a) Roma, durante il sequestro, 5 lettere in originale;

b) Milano, in via Monte Nevoso, covo brigatista scoperto l’1.10.1978 dal generale Dalla Chiesa. Sono scritte a macchina, non firmate, con errori ortografici, non attribuiti al prigioniero;

c) Milano, nello stesso covo, il 9.10.1990, subito dopo il dissequestro, trovate  da un muratore dietro un pannello di gesso, applicato in modo grossolano. Sono gran parte delle lettere e  del “Memoriale” in fotocopia di manoscritti. Il confronto tra le lettere recapitate e le fotocopie ritrovate ha confermato con certezza l’autenticità delle riproduzioni fotostatiche. Degli originali scritti da Moro, eccetto quelli recapitati, nessuna traccia.


Completa l’opera un ampio saggio dello storico M. Gotor sul tema “Della possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore: della scrittura come agonia”, in cui si tratta con ricchezza  di dati della doppia censura dello Stato e delle BR, delle trattative per liberare il prigioniero, del Vaticano, del PSI, dei servizi, dell’antropologia di brigatisti e politici, del misterioso ritrovamento del ‘90, nello stesso posto, con estrema facilità,  dopo la minuziosa inconcludente perquisizione del ‘78, finita la guerra fredda, quando le “rivelazioni” di Moro erano politicamente ininfluenti, un semplice documento storico.

DI  COSA  PARLA

Un uomo “normale” subisce una vile aggressione: rinchiuso in “un cubicolo lungo tre metri e largo meno di uno (..) avrebbe trascorso i suoi ultimi 55 giorni di vita, scrivendo per non morire, scrivendo per sopravvivere alla propria morte” (p.185). Attorno a lui ruota un mondo di inetti e di criminali. Non è un partigiano, non ha mai messo in conto di perdere la vita, non si sente in guerra con nessuno. Scrive 500 fogli “sotto un dominio pieno e incontrollato”, subisce una doppia censura, delle BR e dello Stato, sulla trama “per provare ad avere salva la vita”. Si afferma la linea della fermezza: si pensa che si tratti di “un fatto di ordinaria eversione, mentre indicava l’impossibilità dell’Occidente di pensare in modo nuovo (..). [Moro] non mirava a forgiare l’homo novus, ma individuare ulteriori strade per costruire la città dell’uomo, di mediazione alta in mediazione alta”(Raniero La Valle). Trattano, il Vaticano e il PSI di Craxi, ma altri si muovono nell’ombra. Numerosi indizi lasciano supporre che “un intermediario” (p. 259) a “doppia lealtà” (p. 273) al proprio paese e a una “realtà sovranazionale” (p.273), incaricato dai servizi a trattare gli originali e la salvezza di Moro, abbia ceduto le lettere al miglior offerente (servizi segreti stranieri), imbrogliando lo stato e i capi  brigatisti al corrente, tacitati quest’ultimi dal saldo delle spese processuali e/o dalla garanzia di sicurezza in carcere. La trattativa avrebbe salvato i documenti, non il prigioniero, obiettivo non prioritario.

LO CONSIGLIO PERCHE’

Lo consiglio perché le BR, in una situazione di scarsa efficienza dei servizi e delle autorità politiche responsabili, “colsero due notevoli successi politici di lungo periodo. Anzitutto annientarono l’ultimo progetto popolare di riforma  del quadro politico italiano  dopo il compromesso costituzionale del 1946 tra Alcide de Gasperi e Palmiro Togliatti. (..). La morte di Moro (..) ha rallentato di circa un quindicennio il progetto di dar vita a una democrazia moderna dell’alternanza, che (..) non ha potuto assumere le caratteristiche della «terza fase» da lui auspicata, facendo perdere un’occasione preziosa all’intera comunità nazionale che sarebbe rimasta avvinghiata, a destra come a sinistra, nella retorica del nemico interno, della demonizzazione dell’avversario e della delegittimazione reciproca. Il secondo successo politico dei brigatisti guidati da Moretti fu a livello propagandistico (..). I brigatisti erano abilmente riusciti a provocare un «sorprendente rovesciamento » del dibattito che faceva dipendere la salvezza dell’uomo politico non dalla loro responsabilità, ma dalla maggiore o minore  umanità dei dirigenti politici e sindacali del paese ”(pp.376-377). Colpite le speranze di “uno sviluppo normale” della “democrazia difficile”, assassinato l’uomo della “strategia dell’attenzione”, l’Italia s’è  fermata e oggi, con grande difficoltà, cerca di uscire dalla contrapposizione tra un populismo carismatico e un’informe alleanza, i cui frammenti estremi pesano eccessivamente sull’insieme, in un clima di “guerra civile” latente. Pensando a quegli anni indimenticati, dà fastidio che una persona, nel vissuto, cristiana e democratica, sia poco presente nella memoria collettiva.

QUALCHE  PASSO

SACRIFICIO DEGLI INOCENTI (Aldo Moro)

“(..). Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile. Tutti gli Stati del mondo si sono regolati in modo positivo, salvo Israele e la Germania, ma non per il caso Lorenz. E non si dica che lo Stato perde la faccia, perché non ha saputo o potuto impedire il rapimento di un'alta personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato. Ritornando un momento indietro sul comportamento degli Stati, ricorderò gli scambi tra Breznev e Pinochet, i molteplici scambi di spie, l'espulsione dei dissenzienti dal territorio sovietico. Capisco come un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che può venire. Queste sono le alterne vicende di una guerriglia, che bisogna valutare con freddezza, bloccando l'emotività e riflettendo sui fatti politici. Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?) potrebbe essere utile. Converrà che tenga d'intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti. Un atteggiamento di ostilità sarebbe un'astrattezza ed un errore. Che Iddio vi illumini per il meglio, evitando che siate impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose.

I più affettuosi saluti

Aldo Moro

Recapitata il 29 marzo 1978

al ministro dell’interno Francesco Cossiga (p. 8)


DEMOCRAZIA  DIFFICILE (Miguel Gotor)

“ (..). Moro aveva coraggiosamente lavorato per superare le condizioni della «democrazia difficile» in Italia nella convinzione che ciò rappresentasse un supremo interesse nazionale e un decisivo banco di prova della sua autonomia politica nel quadro internazionale. A partire dal 1969, con la cosiddetta «strategia dell'attenzione», egli aveva incominciato a tessere la trama paziente, ma incisiva di un processo politico che avrebbe inevitabilmente costretto sia i democristiani, sia i comunisti a rinnovare se stessi con l'obiettivo di favorire una «solidarietà nazionale», ossia una riconciliazione tra le istituzioni dello Stato e le vaste masse popolari che il Pci rappresentava in maniera sempre crescente senza però potersi assumere responsabilità di governo. A suo giudizio, solo cosi, partendo da un blocco di responsabilità condivise, sarebbe stato possibile, a sinistra, scegliere la strada di un ineludibile confronto con le ragioni e i problemi di un'ampia e inquieta area di movimentismo giovanile cresciuta dal 1968 in poi che non trovava più risposta nell'azione organizzata di quei due partiti di massa, che ormai guardavano più al passato che al futuro dell'Italia. In questo modo si sarebbe potuto provare a riassorbire, sul piano politico e non solo su quello militare e penale, la spinta sovversiva del cosiddetto "partito armato" che da quello scollamento crescente trovava linfa e forza. Allo stesso tempo, solo cosi, a destra, sarebbe stato possibile provare a chiudere i conti con pulsioni reazionarie, nostalgiche, autoritarie, fascistoidi che condizionavano nell'ombra la dialettica democratica del paese e che venivano utilizzate dall'esterno per destabilizzare l'Italia, mantenendola in una situazione di minorità e di perenne ricatto” (pp. 376-377).


BANDIERA  BIANCA (Miguel Gotor)

 Nel giro di meno di un lustro si era passati dall'invincibile sogno di una rivoluzione alle porte, con i suoi struggenti canti di liberazione latinoamericani, urlati con il pugno chiuso teso ad afferrare, insieme con la vita, il proprio destino e quello di un mondo nuovo, alla colonna sonora degli album di Franco Battiato. Sono infatti le note del raffinato e popolare cantautore siciliano ad avere raccontato meglio di qualunque discorso la storia sommersa di quella lunga, silenziosa e a tratti imbarazzante traversata da una vita all'altra. Dal 1981 di «mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare, via via via da queste sponde, portami lontano sulle onde», «rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare, sul ponte sventola bandiera bianca», «ho sentito degli spari in una via del centro, quante stupide galline che si azzuffano per niente», «cerco un centro di gravita permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente», (..) fino al 1991, quando il cerchio finalmente si chiudeva gridando l'invettiva «Povera patria!, schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame, che non sa cos 'è il pudore; si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! »

Erano gli stessi ragazzi filmati nel 1978 dal loro coetaneo Nanni Moretti, quelli che, come tanti Ecce bombo, avevano trascorso la giovinezza su una spiaggia attendendo una rinnovata aurora. Ma quando il nuovo sole dell'avvenire era finalmente sorto, avevano» scoperto che stava beffardamente spuntando alle spalle: erano seduti dalla parte sbagliata, bisognava torcere il collo, stropicciarsi gli occhi, indietreggiare, compiere una giravolta, riposizionarsi in favore dell'inattesa luce e iniziare a camminare. Era la nuova "Voce del padrone" (1981) che richiamava all'ordine quanti avevano vissuto, senza saperlo, il più lungo decennio del secolo breve, tra speranze e tempeste. Incominciava, come avrebbe cantato sempre Battiato, «l'era del cinghiale bianco» (1979). La Milano guerrigliera dei cortei del sabato pomeriggio - le vetrine infrante, le tre di­ta a forma di P38, il sapore acre dei lacrimogeni, i passamontagna calati sul viso tra lacrime e sorrisi - si stava trasformando sotto i loro occhi nella "Milano da bere", degna compagna dell'incipiente "Roma ladrona". Da un'illusione all'altra. Eppure loro erano già lì  schierati come sempre in prima fila, ancora attratti dalle lusinghe e dai miraggi della "Metropoli", ma ormai definitivamente persuasi che l'autonomia fosse impossibile” (pp 289-90). 

Candido Avogaro

candidoavogaro@gmail.com

 

giovedì 27 marzo 2008

CONTRIBUTI (Ch. Bobin)


Da Gustavo Micheletti riceviamo questo bel contributo alla lettura di Christian Bobin, che è uno dei nostri autori preferiti: non avevamo previsto questa tipologia di testo progettando il blog, ma direi che non solo possiamo fare un'eccezione, ma anche aprire una categoria speciale per accoglierli: CONTRIBUTI.
Grazie, Gustavo: ottima idea!
 

L’amore e la solitudine

(La loro relazione, in breve, nelle prose creaturali di Christian Bobin)

di Gustavo Micheletti

 

“Le bolle di sapone che questo bambino

 Si diverte a soffiar via da una cannuccia

 Sono translucidamente tutta una filosofia”.

Alberto Caeiro

   Christian Bobin è uno scrittore e un poeta francese, nato nel 1951 in una città della Borgogna, Le Creusot, dove ha poi sempre vissuto. Una giorno ha scritto, nella pagina d’apertura di un suo romanzo (La folle Allure), la seguente dedica a un amico: “Pour (…) quelques taches d’encre (…) en souriant”, e si tratta, direi, di una dedica illuminante, perché il “sorriso” costituisce forse la tonalità predominante della sua prosa.

   Nel vasto panorama della letteratura d’ispirazione cristiana, e in particolare di quella del Novecento, Christian Bobin rappresenta una voce singolare, sia per il tono sommesso della sua scrittura sia per la peculiare spiritualità che la traspare. Il cristianesimo non è per lo più, nell’opera di Bobin, una teoria religiosa dotata di un vero e proprio impianto metafisico e teologico; non è nemmeno una dottrina mistica, sebbene l’elemento mistico ne costituisca, in una forma priva di qualsiasi enfasi, un aspetto rilevante. L’ispirazione cristiana attraversa piuttosto i suoi scritti come un “sentimento della vita” che incessantemente si depura trasfigurandosi in un lieve e fervido disegno stilistico, in una sorta di vigile prosa creaturale.

   I suoi romanzi sono esenti da trame complesse e importanti, l’intreccio narrativo è ridotto ai minimi termini; mentre nei suoi libri più filosofici, dove frammenti di pensieri diversi sono tenuti insieme da uno stato d’animo predominante e unitario, protagonisti assoluti sono brevi momenti estrapolati dall’incedere quotidiano della sua vita, sono impressioni leggere, riflessioni animate dalle luci e le ombre che affiorano tra i rami o su un prato al limitare di un bosco. In ogni pagina emerge però sempre la solitudine che accompagna il pensiero nella sua accezione più piena, ovvero quando esso non coincide con un esercizio intellettualistico e privo di vita. Si tratta della solitudine che costituisce la condizione preliminare di qualsiasi incontro d’amore.

   Perché è così difficile amare? O più precisamente: cosa rende “tanto difficile amare qualcuno senza legarlo subito alla nostra sorte”? (cfr. DM,15).  La difficoltà che ciascuno incontra nel non oltrepassare la soglia della solitudine di chi pensa di amare: “quelli che sanno amarci – scrive Bobin - ci accompagnano fin sulla soglia della nostra solitudine, e qui si fermano, senza fare un passo in più. Quelli che pretendono di proseguire oltre in nostra compagnia restano di fatto molto più indietro” (ibidem).

  Né della solitudine né dell’amore si può parlare come di due condizioni a se stanti, perché private della loro congiunzione svaniscono entrambe in una ridda di voci e pretesti. Ciò che sempre rimane oltre le scorie dei loro fraintendimenti occasionali è anche ciò che le salda nella stessa solidale e silenziosa resistenza all’oblio, nell’indugiare dell’attenzione e del cuore su tutto quanto è cedevole, su tutto ciò che è sul punto di svanire o di perdersi.

   “Dal punto di vista dello spirito, – scrive Bobin – non c’è differenza alcuna tra sovrabbondanza e penuria: più ci addentriamo nella solitudine e più abbiamo bisogno di solitudine. Più siamo nell’amore e più manchiamo d’amore. Della solitudine non ne avremo mai abbastanza e lo stesso vale per l’amore – versante ripido della solitudine” (DM, 11).  Ma per accedere alla solitudine del puro amore bisogna abbattere l’ostacolo che sorge tra noi e la nostra vita, bisogna neutralizzare “quell’ispessimento di noi in noi stessi che consideriamo una prova di maturità, certezza d’esistere” (ivi, 37), e imparare a procedere “nella nostra vita come se non ci fossimo più, con la leggerezza del gatto tra le erbe alte, o ancora con quell’amaro sorriso dell’innamorata dinanzi al suo cuore violato e derubato” (ivi, 37-39).  E’ infatti grazie a tale leggerezza che possiamo sperare di veder nascere all’unisono un amore puro in una pura solitudine, perché questa nascita è sempre anche la condizione di ogni rinascita, ne è l’unica condizione essenziale e irrinunciabile.

  “Cosa sperare da un amore puro se non che renda pura la nostra solitudine?” (ivi, 37) – si chiede Bobin. Una volta che abbiamo rinunciato a identificarci con l’ispessimento assordante del nostro io, null’altro. I santi costituiscono la testimonianza più piena di questa possibilità, perché “conoscono una porta tra il mondo e l’amore. Se la varcano in silenzio è perché questa porta e il loro silenzio formano una cosa sola” (ivi, 53). Ma questa porta è accessibile a tutti nella misura in cui ci ricordiamo della natura precaria, fragile e illusoria dell’io, perché “ciò che chiamiamo ‘io’ e a cui teniamo tanto è della stessa natura d’un fiocco di neve che si scontra con migliaia di altri fiocchi simili in una lotta temeraria e terribilmente breve” (ibidem).

   E’ questa consapevolezza che può sospingerci a riconoscere la leggerezza silenziosa che è implicita nel significato del verbo “amare”. Questo verbo tanto comune, usato così spesso e sovente impropriamente, appartiene in realtà alla stessa famiglia del verbo “nevicare”. Se infatti ci chiedessimo: “chi è che nevica?”, la risposta sarebbe: “la neve”; e se ci domandassimo: “chi ama?”, analogamente, la risposta dovrebbe essere: “l’amore” (cfr. AU, 106-107). Bobin è, sotto questo profilo, in perfetta sintonia con molti santi cristiani (in particolare con S. Francesco) e non solo cristiani, che hanno visto nell’uomo solo un tramite dell’amore, un suo veicolo occasionale.

    Dire “ti amo” vuol dire: “c’è l’amore, là, ora. C’è solo dell’amore e io non ci sono. Io sono soltanto colui che esprime quello che c’è là, dove, momentaneamente, io non ci sono più” (ibidem).  E’ l’amore, così radicalmente inteso, che ci rivela sia la solitudine delle cose, il loro bastare a se stesse e il saper riempire “tutto il loro posto”, sia la solitudine che si manifesta in certi nostri gesti assorti, come ad esempio “l’allacciare le stringhe a un bimbo”, “leggere un libro tutto d’un fiato, con la notte intorno”; “cambiare l’acqua ai fiori” (ivi, 109). Gesti silenziosi e quasi inconsapevolmente portati, che si rispecchiano nello stupore per quel che si vede e con cui a poco a poco si può imparare a coincidere, come “l’impronta di un passero sulla neve fresca” (ibidem).

  “L’amore – scrive ancora Bobin - è questa benevolenza elementare a partire dalla quale una solitudine può parlare a un’altra solitudine e, all’occorrenza, accompagnarla nel buio” (ivi, 119-120), e “la solitudine in noi è come una lama, conficcata profondamente nella carne. Non possiamo estrarla senza ucciderci all’istante. L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare” (EN, 41), perché “l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire” (ibidem).

  “L’amore è il miracolo di essere un giorno intesi sin nei nostri silenzi e di intendere in cambio con la stessa delicatezza” (RE, 18), l’unica possibile modulazione della relazione che intercorre tra la nascita e la morte, perché “davanti alla morte saremo come alla nascita, radicalmente privi di ogni potere. E’ a tale debolezza in noi che dovrebbe rivolgersi l’amore per non perdersi mai” (ivi, 16), per far fronte alla paura semplice e assoluta che attraversa la vita di ciascuno, alla sua origine esclusiva: la paura di non essere più amati (cfr. FA, 38), tanto che “la certezza d’essere stato amato, un giorno, una volta”, coincide per Bobin con “l’involarsi definitivo del cuore entro la luce” (DM, 19-21).

   Questo involarsi del cuore costituisce l’unica resistenza che possiamo opporre alla pesantezza dell’essere che incessantemente ci lusinga con i suoi effetti rassicuranti. Noi siamo rassicurati da ciò che è pesante, certo di sé, adulto, sicuro; siamo rassicurati dalle chiese e dalle religioni: “noi crediamo al sesso, a l’economia, alla cultura e alla morte” (TB, 110). La loro pesantezza ci tiene lontani da quella leggerezza che ci consentirebbe invece di passare “da spirito a spirito” (ibidem) e che potrebbe protenderci verso l’incontro con l’altro.

   “E’ la leggerezza che ci fa orrore” (ibidem) – scrive Bobin – mentre è proprio nella leggerezza che la solitudine e l’amore si chiamano vicendevolmente per dare corso alla loro opera. E’ nella leggerezza della mancanza, nella sua freschezza sempre incipiente che la vita dell’anima può riempirsi di senso, perché “l’amore è mancanza piuttosto che pienezza. L’amore è pienezza della mancanza” (ivi, 119).

   Ma la leggerezza ci fa orrore, e così la mancanza: per questo noi siamo alla perenne ricerca delle ossa dell’essere, di riferimenti strutturanti, di fondamenti; mentre la gioia più grande, l’unica gioia senza perché, priva cioè di una ragione sufficiente riconoscibile, assomiglia piuttosto ad una carezza del vento sulla pelle, al piacere di diventare, almeno per qualche istante, ciò a cui si passa accanto: “un albero che risplende nel verde. Un viso inondato di luce” (EN, 37). Perché “questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede” (ibidem).

Indice delle sigle bibliografiche

AU = C. Bobin: Autoritratto, trad. it. Milano, 1999.

DM = C. Bobin: Il distacco dal mondo, trad. it. Troina (Enna), 2005.

EN = C. Bobin: Elogio del nulla, trad. it. Troina (Enna), 2002.

FA = C. Bobin: La folle Allure, Paris, 1995.

RE = C. Bobin: Resuscitare, trad. it. Milano, 2003.

TB = C. Bobin: Le tres-bas, Paris, 1992.


Gustavo Micheletti

gustavomicheletti@alice.it  

www.gustavomicheletti.it

Gustavo Micheletti è nato a Lucca nel 1956 e insegna filosofia e storia al liceo "Il Pontormo" di Empoli. E' autore di alcune prose narrative - tra le quali Peppermint (Avagliano , 1997) e Uomini a perdere (Edizioni dell'Erba , 2005) - e di alcuni saggi filosofici - tra cui I pensieri sordi e l'inconscio (Borla, 1991) e Il Gergo dell'essere (Edizioni dell'Accademia lucchese, 2002)- . Ha inoltre collaborato alla Nuova Sardegna, a Cinema Sessanta, a Erba d'Arno e ad alcune riviste filosofiche. 



lunedì 24 marzo 2008

SAGGISTICA- SPIRITUALITA'-ANTROPOLOGIA (L. Manicardi)


Luciano Manicardi

Il corpo

Edizioni Qiqajon, Magnano(Bi) 2005, 
pp. 78, Euro 6.


L’autore

Luciano Manicardi (Campagnola Emilia,1957) è monaco della Comunità di Bose, biblista, è studio­so attento all’intrecciarsi dei dati biblici con le acquisizioni più recenti dell’antropologia, riuscendo a far emergere dalla Scrittura una proposta sapiente per la vita di ogni uomo, credente o non credente. Collabora alla rivista “Parola, Spirito, Vita”.
Presso le Ed. Qiquajon ha pubblicato Accanto al malato (con Enzo Bianchi), La carità nella Chiesa e L’umano soffrire.

Di cosa tratta

In dieci agili capitoli, l’autore illumina con tratti sapienti quella realtà che accomuna e diversifica ogni uomo: il corpo. Partendo dalla rivelazione cristiana del Dio che prende corpo in Gesù e allargando lo sguardo alla sapienza biblica, sapientemente intrecciata con la ricchezza delle scienze umane, l’autore ci invita a chiederci che cosa è per noi il corpo e a confrontare la nostra risposta con
la proposta biblica.

Di cosa parla

E’ un libro breve e intenso come sa esserlo una stretta di mano quando è sincera e il gesto del corpo diviene "parola”, tempo e luogo di relazione tra due storie che si incontrano e si fanno recipro­camente “fiducia”.

E’ di questo corpo che ci parla l’autore: il corpo che è relazione, parola, il modo umano di essere nel mondo. E’ corpo ricevuto in dono, che viene costruito dalle esperienze, dagli eventi, dagli altri. Per il credente anche dalla relazione con Dio. E’ corpo però da assumere come compito, appello e memoriale della vocazione di ciascuno alla responsabilità.

“Un corpo mi hai preparato”. Inizia con le parole del salmo 40 questo libretto e ci spinge quasi fisicamente ad avvicinarci con stupore all’annuncio cristiano: Dio ha preso corpo in Gesù, che è stato feto nel corpo di Maria, è nato, è stato corpo bambino, adolescente, uomo, ha seguito tutte le tappe della crescita fisica, psichica e spirituale per assumere gradualmente che fare la volontà del Padre era niente altro che vivere la corporeità che Dio gli aveva preparato.
Dopo Gesù, per i cristia­ni ormai il corpo è il luogo dello Spirito, luogo di adempimento e obbedienza a Dio.

La corporeità è anche il fine del mondo redento dove “Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi”: la redenzione è la fine del male che oggi devasta i nostri corpi, le menti, mina le nostre relazioni, impoverisce i nostri amori. Sperare contro ogni speranza la morte della morte e del male diviene parola eloquente e vera se prende corpo nei gesti umanissimi di attenzione e condivisione del dolore degli altri, iniziando da ora, su questa terra, ad asciugare qualche lacrima,dopo averla riconosciuta e contemplata in silenzio per un istante.

Il capitolo successivo,
“Il corpo che noi siamo”, ci aiuta a comprendere che per ogni uomo, credente o no, il corpo è la vera "memoria" della nostra vita. In esso è inscritta la nostra storia, dal tempo nel grembo a tutte le successive esperienze, che son o principalmente esperienze di corpi. Abitare il proprio corpo è lasciarsi costruire dalle relazioni che viviamo fino a divenire il proprio volto, unicità irripetibile e chiamata alla comunione. La nostra postura, il modo di camminare, la gestualità: tutto parla di noi, del nostro psichismo e attende dall’altro ascolto e interpretazione rispettosa. Per essere davvero uomini è necessario ascoltare il nostro corpo: ciò consente di entrare in ascolto del corpo dell’altro e dunque in comunione con la sua storia affiorante nel corpo e provare compassione.
Il cristiano poi, uomo tra gli uomini, costruisce il proprio corpo anche nella relazione con Dio e nella fede cerca che l’umanità di Gesù plasmi la sua umanità.

L’autore poi ci prende la mano e ci fa toccare la riva del grande fiume della spiritualità biblica, persuaso che “il corpo è compreso come Dio è compreso”. Ecco allora le pagine sul “il corpo secondo la bibbia”, che ci rendono più vicini e grati alla sapienza ebraica. Ecco “il corpo che ama: il Cantico dei Cantici”, dove nell’amore umanissimo tra due amanti prende dimora il Dio che è fuoco divorante (Dt. 4,24). E poi “il corpo che prega", ovvero la preghiera della sensibilità”, con bellissime pagine sui sensi come unica via sensibile all’Alterità. “Il corpo che mangia”, che ci introduce al capitolo su “l’Eucarestia: mangiare il corpo del Signore”, dove l’autore, facendo dialogare la sapien­za biblica sul cibo e il mangiare e le scienze umane, ci offre una visione dell’eucarestia come memoriale della condizione creaturale e mortale dell’uomo. Si mangia per vivere ma non si sfugge alla morte. Ecco allora l’Eucarestia come momento della storia di salvezza, che è storia dell’amore di Dio per l’uomo che nel dono del pane quotidiano trova il suo apice. L’evento pasquale allora è la visibilizzazione definitiva e radicale dell’amore di Dio per il mondo.

Chiude questo libretto un breve saggio di antropologia biblica del corpo dedicato alle coppie cuore-occhi, lingua-orecchie, mani-piedi.

Perchè lo consiglio

Viviamo tempi nei quali il corpo è idolatrato e mostrato ma anche offeso e maltrattato; tempi nei quali i progressi della scienza e la filosofia sembrano talvolta desiderosi di azzerare millenni di sapienza biblica sull’uomo; e al contempo la teologia cristiana talvolta sembra dimenticare che Dio si è fatto uomo e che divenire veramente e pienamente uomo è ciò che ci è chiesto su questa terra, anche come discepoli in cammino con Lui. Viviamo tempi in cui le nostre relazioni si sono fatte spesso faticose, appesantite da muti silenzi o da troppe parole; tempi in cui il Dio di altri popoli si affaccia e ci sollecita a chiederci chi è il "nostro" per noi.

Per questo e altro ancora, in questi tempi è una benedizione un libretto come “Il corpo”, che ci prende per mano e va alla radice, al senso dei sensi : ci chiede di provare a rispondere a queste domande: cosa è il tuo corpo? Chi sei tu? Chi è il tuo Dio?

Sono sempre più persuaso che dalla risposta sincera alla prima domanda dipenda la pos­sibilità di rispondere alle altre due evitando le trappole dell’ egoismo e dell’idolatria.

Questo libretto è un piccolo passo per ricominciare ad essere attenti a costruire il proprio volto insieme agli altri e non contro. Per ricominciare a lasciar parlare il corpo, vigilando su di esso e scoprendovi inscritta la nostra storia per imparare ad assumerla tutta e se il caso a perdonare chi vi ha scritto segni di dolore.

Ad ognuno di cogliere tutto il non detto del libro. Anche il non detto che risuona nel cuore e nella mente del lettore è segno che il corpo è ciò che abbiamo di più spirituale ed è il luogo ineludibile della nostra verità. Verità delle nostre vite, anche delle lacrime. Fino a che un giorno una mano, un corpo, le asciugherà con infinita tenerezza.

Qualche passo

Dalle parole del Salmo 40 emerge che dietro al corpo di Cristo c’è il “tu” di Dio: “Tu mi hai preparato un corpo”. Non solo il corpo in questa prospettiva non opacizza lo spirituale e il divino, ma è esso stesso rimando di trascendenza, trasparenza del “tu” di Dio…il corpo che noi siamo ma che non viene da noi, è la nostra in-scrizione originaria nel senso della vita…proprio lì è incisa la mia unicità, la mia irripetibilità, ma anche la mia chiamata a esistere con gli altri, grazie agli altri e per gli altri: il corpo è appello e memoriale della vocazione di ogni uomo alla libertà e alla responsabilità (pag.11).

Il corpo viene costruito da noi, dagli altri, dagli eventi, e il credente lo costruisce anche con Dio e nella fede cerca di fare in modo che l’umanità di Dio plasmi la sua umanità…Una della ragioni importanti per cui è importante riflettere sulla visione biblica del corpo è la seguente “Il corpo è compreso come Dio è compreso” (p.24).
Insomma, secondo la visione biblica il corpo è il luogo di culto e di preghiera…se l’ebreo prega dondolando il corpo è per esprimere la sua partecipazione totale alla lode divina: “tutte le mie ossa fremono”(Sal.6,39) (p.32).

Nel Cantico non si deve cercare di sostituire Dio all’amante pensare che il partner maschile sia divinizzato; ciò che è divino, nel Cantico, è ciò che intercorre tra gli amanti, è la loro relazione. E’ in quel fuoco…che abita il Dio che è un fuoco divorante (cf. Dt 4,24) (pp.37-38).

domenica 23 marzo 2008

SAGGISTICA - LETTERATURA (R. M. Rilke)


Alberto Destro 

Rilke. Il Dio oscuro di un giovane poeta.

 

 Collana “Tracce del sacro nella cultura contemporanea”, 

Edizioni Messaggero, Padova, 2003, euro 12,00 

 

L’AUTORE

Alberto Destro insegna Lingua e Letteratura Tedesca all’Università di Bologna.

Rainer Maria Rilke (1875-1926) fu il maggiore poeta di lingua tedesca del Novecento.

Destro ha dedicato a Rilke diversi saggi, tra cui “Duniser Elegien” e la poesia di Rainer Maria Rilke (1970) e Invito alla lettura di Rainer Maria Rilke (1979).

 

DI COSA SI TRATTA

Il presente saggio tratta del mondo religioso del giovane Rilke, sul presupposto che “quasi nessuno dei grandi scrittori del XX Secolo è stato tanto lontano e contemporaneamente tanto vicino al cristianesimo; quasi nessuno s’è distanziato tanto amaramente e sarcasticamente da Cristo e dalla Chiesa e contemporaneamente ha inglobato tanto estensivamente il mondo della chiesa e la figura di Cristo nella sua opera; quasi nessuno è tanto lontano dalla religione e contemporaneamente ad essa tanto legato come il poeta Rainer Maria Rilke” (Josef Kuschel).


 DI COSA PARLA

Attraverso una ricchissima rassegna di frammenti di poesia e prosa del primo Rilke, Destro offre un’ampia antologia dei “luoghi” in cui vengono toccate tematiche religiose.

La prima impressione che ne riporta il lettore è che Rilke usi spesso la parola “Dio” per alludere all’“Io”, ovvero alla personalità artistica del poeta.

Basti pensare al famoso verso dello Stundenbuch (Libro d’Ore), “Che farai, Dio, se io muoio?”.

Dopo questo ampio excursus, Destro passa ad indagare la biografia del poeta, soffermandosi in particolare sulla figura della madre.

Infine, individuando interessanti analogie tra la sensibilità di Rilke e quella di altre personalità più o meno contemporanee (in particolare, Schleiermacher e Nietzsche), Destro mostra al lettore la straordinaria modernità della visione del poeta.

Pur non essendo del tutto alieno da preoccupazioni apologetiche, l’autore sa ben cogliere l’acutezza dello sguardo del giovane Rilke.

Con la maturità artistica, all’acutezza si accompagnerà la lucidità, e il poeta non mancherà di prendere le distanze dalla propria produzione giovanile. Ma in ogni cammino tutti i passi sono importanti.


LO CONSIGLIO PERCHE’

Nel suo famoso discorso commemorativo sulla morte di Rilke, Robert Musil ricorda come in certi ambienti il poeta “passava per un liquore delicato, molto fermentato, per signore non più tanto giovani”.

Ecco, la lettura è consigliata in primo luogo a chi tuttora abbia questa immagine “buonista” di Rilke, un’immagine ai limiti del Kitsch, in cui il sentimento religioso è componente imprescindibile.

Questo lettore subirà il sano shock di apprendere - per esempio – che nelle Christus-Visionen il buon Rilke raccontava di un Gesù “sedotto da una compagna occasionale in un locale di infimo livello” (p. 127).


QUALCHE PASSO

“Un primo punto di questa prossimità di Rilke all’esperienza religiosa è da indicare proprio in questa percezione della unitarietà o indistinguibilità di creatura e creatore al fondo dell’esperienza profonda dell’Io. L’uomo religioso sa che, malgrado l’esperienza della folgorazione mistica, la differenza ontologica tra uomo e Dio permane, Rilke – che è figlio di una cultura in cui Dio è morto – si ferma alla percezione o alla proclamazione di una consistenza dell’Io che gli appare autosufficiente al punto da richiedere e da poter sopportare per esprimersi la metafora di Dio, ma senza dover supporre l’esistenza reale di Dio […]

Ma questa enfatizzazione dell’obbligo dell’uomo a costituirsi e svilupparsi secondo quanto è costitutivo del suo essere profondo rappresenta anche un primo segmento di un iter spirituale necessario in una qualsiasi prospettiva autenticamente religiosa […]

Che questo profondo radicamento, meglio, questa condivisione della modernità nel credente incontri resistenze formidabili da parte dell’establishment religioso, risulta chiaro.

Questo scontro tra l’ufficialità religiosa e gli impulsi più profondi di una sensibilità eminentemente moderna, nel caso di Rilke, poi, si radica non solo a livello di riflessione culturale, ma anche nell’ambito delle esperienze personali e familiari. E sarà chiaro come la somma di una vicenda esperienziale personale e affettiva e di un percorso culturale sovra personale serva da potenziamento efficacissimo, da vero e proprio detonatore di un rifiuto virulento delle forme storicamente date di religiosità che dobbiamo constatare a ogni passo di questo giovane Rilke come, in forme dissimili ma non meno chiare al lettore attento, del Rilke posteriore e maturo” (pp. 194-196).

Giorgio Danesi

diotimo@tiscali.it

sabato 22 marzo 2008

SAGGISTICA - FILOSOFIA POLITICA (N. Bobbio)


Norberto Bobbio

Dal fascismo alla democrazia

I regimi, le ideologie, le figure e le culture politiche

 

A cura Michelangelo Bovero, "I Tascabili", Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 1997 (rist. 2008), pp.361, Euro 6,90

 L’AUTORE

Norberto Bobbio (1909 - 2004) è stato filosofo, storico, politologo tra i più importanti della cultura italiana della seconda parte del Novecento. Dopo una normale vita di studi negli atenei italiani, nel 1942 partecipa al movimento liberalsocialista e aderisce al Partito d'azione clandestino.  Arrestato a Padova per attività clandestina, rimane in carcere per tre mesi. Nel 1948 viene chiamato alla cattedra di filosofia del diritto dell'Università di Torino.  Dal 1962 assume l'incarico di docente di scienza politica e completa la sua attività accademica sulla cattedra di filosofia politica. Attento ai temi dell’attualità politica, ha dato un notevole contributo al dibattito sulla cultura liberale democratica e socialista. Nominato senatore a vita, è riuscito a conciliare impegno morale, culturale e partecipazione personale alla complicata vita della comunità nazionale.  

DI  COSA  TRATTA

Il  volume propone una raccolta di dodici saggi scritti da Norberto Bobbio in un periodo di trentadue anni e proposti a cura del professore Michelangelo Bovero. Le prime sei composizioni studiano la genesi del fascismo, la composizione della sua ideologia con le sue diverse anime messe a confronto con la critica, il significato della caduta del regime, la Resistenza, le origini della Costituzione. Nella seconda parte si fa un ritratto di alcuni esponenti di primo piano  della cultura legata all’esperienza politica autoritaria e dell’opposizione. Il libro termina con la figura di Piero Calamandrei, l’uomo di cui l’autore scrisse : “Egli era quello che avrei voluto essere”.

DI  COSA  PARLA

Una ideologia si può approfondire studiandone i principi, ma il modo migliore per averne coscienza è cogliere quanto essa abbia avversato in modo radicale; il fascismo ha combattuto sempre “contro la imbelle, ipocrita, corrotta democrazia borghese”(pag. 63). L’opera più schernita è il “Contratto sociale”, paradigma di tutti gli errori del secolo “che attraverso la rivoluzione francese ha visto il trionfo delle idee democratiche: astrattismo rivoluzionario, naturalismo ingenuo, adorazione del primitivo, supremazia della quantità sulla qualità, egualitarismo livellatore”(pag. 64). Illuminismo e positivismo sono combattuti: alla ragione astratta “matematizzante” della cultura dei lumi l’idealismo conservatore contrappone la ragione storica, concreta, la razionalità del reale, la Storia come cammino della ragione nel mondo; il vitalismo “che ha la sua matrice in Nietzsche” contrappone “la potenza il primato della non-ragione ovvero delle forze vitali, degli istinti primordiali, delle grandi passioni creatrici giù giù sino agli impulsi sotterranei del sangue e della razza”(pag. 67). In un clima culturale avverso alla cultura dei Lumi, in presenza di precisi interessi economico-sociali e della debolezza  dei partiti democratici,con la vocazione alla frammentazione, si pongono le condizioni perché attecchisca il “totalitarismo”.

LO CONSIGLIO PERCHE’

Lo consiglio perché, anche se probabilmente “Il fascismo non si può ripetere perché fu insieme tragedia e farsa” (pag. 71), permangono, nel contesto della nostra realtà politico-sociale, tracce non cancellate dell’atmosfera in cui si posero le condizioni del suo sviluppo:  forme di violenza diffusa e tollerata (“omicidi bianchi”, disordini negli stadi, ecc.), grossolanità nei linguaggi politici e nei media, leggerezza nella gestione di servizi fondamentali, una politica spesso confusa e dilettantistica, intellettuali, bravi nei loro speci